Apro gli occhi con due minuti d’anticipo sulla sveglia, mi sento ottimamente riposato. Quando spalanco le persiane noto però con disappunto che il cielo è coperto. Sento l’aria carica d’umidità.
Vado in bagno e lì mi faccio una misura di quanto umido sia l’ambiente: sul lavandino saltella placidamente una rana!
Sorrido, scatto una foto alla piccola ospite e poi la depongo fuori, fra le sassifraghe ai bordi dell’aia.
Guardo l’orologio, Nicoletta arriverà a momenti e sono impaziente di vederla.
Eccola sulla sua macchinetta nera che percorre il vialetto. Ci abbracciamo ridendo, erano sette anni che non ci incontravamo.
Il tempo di lasciar preparare anche Biagio e ci sediamo a far colazione, che questa mattina comprende persino qualche affettato.
Chiacchierando amabilmente non ci accorgiamo che passa quasi un’ora e mezza e la nostra partenza al mattino presto sfuma, tanto più che poco prima delle 9 attacca a piovere.
Saluto la mia amica e ci prepariamo a rimetterci in marcia. Ma la pioggia si intensifica. Aspettiamo che spiova, chiediamo un parere sul meteo al proprietario dell’agriturismo.
Alla fine decidiamo di muoverci, nonostante la pioggerellina tramutatasi in temporale. Ci copriamo con le mantelline, ridisponiamo il bagaglio in assetto anti-pioggia.
Scegliamo di puntare dritti sul Po al confine tra mantovano e ferrarese, tagliando di fatto tutta l’ansa in territorio lombardo.
Siamo determinati, ci è chiaro che oggi è sostanzialmente il giorno in cui ci giochiamo il viaggio. Se oggi riusciamo a guadagnare un bel margine, Venezia si avvicina enormemente e possiamo farcela senza ansie.
Così ci lanciamo sulla strada per Moglia e l’argine del Secchia, fra camionette che sollevano nuvole d’acqua e sotto la pioggia battente.
Imponiamo subito un ritmo elevato (oggi si rivelerà essere la tappa con la media oraria più alta, contro ogni previsione) e ci diamo i cambi con regolarità.
La strada è larga e trafficata, scendendo dai numerosi cavalcavia continuiamo a pedalare come invasati, tocchiamo di frequente punte vicine ai 50 km/h.
Mi prende uno stato di esaltazione profonda, credo sia vera e propria trance agonistica. A un certo punto mi sento persino suonare in testa il ritornello di una qualche canzone tamarra degli anni ’80. È una condizione mentale talmente demenziale che scoppio a ridere da solo.
Usciamo da questa lavatrice impazzita solo un’ora e mezza dopo, verso San Giacomo delle Segnate. Tenendo duro sulla statale 496 siamo già arrivati a buon punto.
Entriamo nelle terre di Matilde di Canossa.
Dopo un altro tratto ci imbattiamo in un complesso agricolo stupefacente. La cartina qui riporta la località Arrigona. Ma non si tratta di un paese, bensì di un’unica azienda agricola di dimensioni enormi, larga quanto un paese.
Al centro c’è un palazzo seicentesco intonacato di giallo, con ai lati diverse corti coloniche, l’aia è grande quanto un campo, tanto che ci cresce il granturco. Alle ali del complesso sorgono due cappelle barocche, speculari. Poi ancora oltre stalle e fienili.
Ed è tutto abbandonato!
Di posti sorprendenti qui nella bassa ne incontriamo parecchi, molti accomunati dall’incuria e dall’abbandono. Ma di tutti questo è il più incredibile.
Pedaliamo fino a Poggio Rusco, la pioggerellina si è fatta fine. Ad un incrocio sostiamo un attimo per mangiare qualche barretta energetica e fare il punto. Stiamo filando talmente spediti che decidiamo euforicamente di puntare su Ferrara, ormai a meno di 50 km da noi.
Entriamo nel ferrarese e la campagna cambia improvvisamente faccia. Si moltiplicano i canali, le strade seguono percorsi perfettamente rettilinei per chilometri e chilometri: stiamo attraversando terre di bonifica.
I paesi sono solcati da stradoni ampi, orlati da file di villette anonime anni ’50. Tutto il contrario dei centri della bassa pavese, ad esempio, dove la strada si incunea nelle stradine strette dei paesi, di chiaro impianto medievale.
Su un canale adocchiamo per la prima volta un trabucco da pesca, segno che le valli, regno di anguille e pesci gatto, sono ormai vicine.
Sono circa le 13 quando arriviamo a Bondeno. Il sole ha bucato le nuvole e scalda parecchio, ma l’umidità resta alta e noi, vuoi causa pioggia vuoi causa sudore, siamo ancora fradici.
Non accenniamo ad uscire dalla trance della mattinata, Biagio si fionda in un supermercato e ne esce dopo poco con cibo per quattro persone.
Ci accampiamo come due zingari nel parchetto del paese, stendiamo i nostri panni al sole sulla ringhiera di una fontana spenta e mangiamo con le mani direttamente dal sacchetto di plastica, raccogliendo diverse occhiate severe dai passanti.
Finito il fiero pasto, ci riacconciamo alla buona e ci spostiamo sulla piazza principale di Bondeno. È lì che colgo in pieno l’aria da vecchia provincia che si respira da queste parti. È come se tutto rallentasse di punto in bianco.
Ci sediamo al tavolino di un caffè dall’arredo meravigliosamente anni ’30, dentro è tutto in penombra, ci sono le serrande parzialmente chiuse, c’è un grande bancone con le specchiere e una saletta da tè con dei grandi divani verdi, in pelle trapuntata.
Passo un paio d’ore senza fare nulla, Biagio intanto si attacca al telefono e cerca di risolvere un problema di lavoro che si è manifestato da Milano.
La piazza viene attraversata un paio di volte una procace bionda con una canotta a righe orizzontali bianche e blu, e una gonnellina vaporosa, gli uomini si voltano a guardarla lungamente. In un cantone c’è un piccolo cinema con le insegne rosse “Teatro Odeon”. La luce lattiginosa del pomeriggio sbiadisce tutto come in una cartolina ingiallita dal tempo.
Ripartiamo nuovamente seguendo la direttissima Bondeno – Ferrara, una splendida pista ciclabile in sede propria che porta in meno di 20 km fino al capoluogo.
Poco avanti, sul ponte che scavalca le canalizzazioni del Reno, dei ragazzini si tuffano in acqua, in mutande, assicurandosi a una fune legata ai piloni.
A un tratto si verifica l’episodio più incredibile della giornata. Siamo in mezzo ai campi, lungo un canale, di case nemmeno l’ombra. In mezzo alla pista ciclabile si materializza un pavone.
Penso alla scena di Amarcord col pavone sulla neve e sto lì a guardarlo, mentre Biagio mi fa una foto.
Ci vuol poco per arrivare a Ferrara. Cerchiamo un alberghetto in cui Biagio era già stato tempo fa, ma lo troviamo chiuso. All’ufficio turistico ci consigliano rapidamente e bene di provare con la locanda degli Artisti.
La scelta è azzeccata. Il proprietario è un vecchio signore dai modi cordiali, ci fa un paio di domande sul nostro viaggio e sentenzia allegramente: “Le capisco ‘ste cose, una volta le facevo anch’io”
Ci dà una stanza all’ultimo piano, da come è arredata è chiara la precedente vocazione della struttura: ci sono solo lavandino e bidet, con tutta probabilità era un bordello.
Comunque sia, la vista da lassù è spettacolare, il posto è pulito e tranquillo.
Ci facciamo consigliare per la cena e usciamo a far due passi per la città, che è splendida, dolce e sonnacchiosa.
La fama di Ferrara come “città delle bici” è tutt’altro che immotivata. In tutto il centro non si vedono che persone in bicicletta, stando al castello conto sì e no quattro automobili in mezz’ora.
Io e il mio compagno di viaggio siamo molto soddisfatti, oggi la media è stata strepitosa nonostante la pioggia, siamo andati 20 km buoni oltre la più avanzata delle mete che avevamo individuato la sera prima e Venezia è a solo due giorni e meno di 150 km da noi.
Brindiamo con una bella birra e andiamo a cenare da Settimo, ottimo postaccio dalle porzioni robuste e prezzi modici.
La notte dormiamo entrambi benissimo, immersi in una quiete insospettabile, per una città, e cullati da un leggero venticello di levante.

In azione vicino a Ferrara