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	<title>Il dilettante universale</title>
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	<description>Pur non chiamandomi Ulrich, sono un uomo senza qualità.</description>
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		<title>Sogno nel dormivegliare del primo mattino (una scheggia onirica di una notte di un altro inverno)</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 18:47:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[memoria]]></category>
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		<description><![CDATA[Interno. Un giorno di febbraio. Finestra spalancata su una mattinata brumosa, in un cortile milanese. Telefono. &#8220;Ciao. So che può sembrar buffo, ma stanotte t&#8217;ho sognata.&#8221; &#8220;Sì? E che sogno era? Che facevo?&#8221; &#8220;Provo a raccontartelo, va bene? &#8230; Nel giardino della mia casa al lago, in un rigoglio d&#8217;erbacce incolte, vedevo il terreno fessurarsi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Interno. Un giorno di febbraio. Finestra spalancata su una mattinata brumosa, in un cortile milanese. Telefono.</p>
<p>&#8220;Ciao. So che può sembrar buffo, ma stanotte t&#8217;ho sognata.&#8221;</p>
<p>&#8220;Sì? E che sogno era? Che facevo?&#8221;</p>
<p>&#8220;Provo a raccontartelo, va bene?<br />
&#8230;</p>
<blockquote><p>Nel giardino della mia casa al lago, in un rigoglio d&#8217;erbacce incolte, vedevo il terreno fessurarsi e da ogni dove uscire piccole tartarughe scure. Si muovevano rapide, strisciando sulla terra smossa, i carapaci scintillavano come elitre di scarabei. L&#8217;aria era opaca e pesante, come quando il fumo di sterpaglie nei campi stagna al suolo sotto la pressione di un temprale estivo in procinto di scoppiare.</p>
<p>Mio padre si lamentava dal terrazzo del clima soffocante, dei tempi che non erano più come quelli della sua gioventù. Il lago s&#8217;agitava scuro, pozze d&#8217;acqua torbida riflettevano il cielo grigio. Mi accorgevo che ovunque si sentiva un gracidare sommesso, quindi distinguevo sul pendio sotto casa un brulicare di rospi neri, e in ogni pozza girini contorcersi in una metamorfosi accelerata, nascere e diventare adulti in pochi istanti.</p>
<p>Una grande gallina dalla testa glabra razzolava tra le pozze, più in basso un cespuglio ardeva, avvolto dalle fiamme di un falò scappato di mano: le braci schizzavano attorno bruciacchiando le penne della gallina, che non se ne curava e continuava ad ingurgitare i piccoli anfibi.<br />
Mi prendeva una gran sete, ma dalla fontanella dietro casa usciva un&#8217;acqua fangosa e pullulante di larve. Mi coglieva allora come una vertigine, un orrore colmo di sorpresa. Chiudevo gli occhi ed un istante dopo il mio orto non era più dove è sempre stato, ma come proiettato in mezzo a brutti campi di periferia milanese, ed io con lui.</p>
<p>Camminavo fino ad una stazione, salivo su un treno e lì c&#8217;eri tu, avvolta in una grande sciarpa viola ed intenta a leggere un libro dalla copertina liscia e senza scritte. Ti appoggiavo una mano in fronte, tu alzavi gli occhi, mi sorridevi, col volto rischiarato dai neon di quel vagone asettico e silenzioso.</p>
<p>Il treno prendeva a correre a marcia indietro, sempre più in fretta. Sembrava tutto folle, ma non ero preoccupato. Tu guardavi fuori con occhi curiosi e tranquilli. Io mi sentivo quasi felice.</p>
<p>E mentre già sull&#8217;orizzonte i palazzi della città crollavano inghiottiti dalla terra che si sbriciolava e il rosseggiare di un incendio rischiarava la notte, ci godevamo in silenzio lo spettacolo della fine del mondo.</p></blockquote>
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		<title>Casa, identità</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2010 20:58:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
		<category><![CDATA[identità]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poetica]]></category>
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		<description><![CDATA[1. Perché così poi sempre le cose sfioriscono passeranno di mano in mano ultime fino all’ultimo giorno le ore stropicciando il ritratto che è in fondo rivangare la soglia di casa non più casa non più vita ma forse. 2. La risma di odori poi per ogni passo renderò al setaccio dei giorni monderò le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>1.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Perché così poi sempre le cose<br />
sfioriscono<br />
passeranno di mano in mano<br />
ultime fino all’ultimo giorno<br />
le ore<br />
stropicciando il ritratto<br />
che è in fondo<br />
rivangare la soglia di casa<br />
non più casa<br />
non più vita<br />
ma forse.</p>
<p>2.</p>
<p style="padding-left: 30px;">La risma di odori poi<br />
per ogni passo<br />
renderò al setaccio dei giorni<br />
monderò le stagioni<br />
dal grano<br />
e dall’amato<br />
con sudore in ogni sguardo<br />
dentro al solco<br />
come pula che brucia al vento.</p>
<p>3.</p>
<p style="padding-left: 30px;">In questa scatola cinese<br />
che sa di niente<br />
traballo sul filo di marea.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Casa:<br />
la mia parete di carta<br />
i miei passi<br />
il mio raccolto<br />
io che annaspo<br />
io che prego<br />
io.</p>
<p>4.</p>
<p style="padding-left: 30px;">Non sono io.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Copia fotostatica</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 10:56:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Appunti di rotta]]></category>
		<category><![CDATA[appunti]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[quotidianità]]></category>
		<category><![CDATA[stagioni]]></category>
		<category><![CDATA[tempo che passa]]></category>
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		<description><![CDATA[Odore di legno vecchio, pareti che hanno preso fumo. E poi sentore di carta inaridita dal tempo, di polvere posata sugli stipiti, di inchiostri, mescolati alla flebile metallescenza dei circuiti stampati. Qui il sole non entra mai, il chiacchiericcio sobbalza sui cardini cigolanti dell&#8217;ufficio Affari Interiori. Acqua di colonia, parquet: a occhi chiusi trovo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Odore di legno vecchio, pareti che hanno preso fumo. E poi sentore di carta inaridita dal tempo, di polvere posata sugli stipiti, di inchiostri, mescolati alla flebile metallescenza dei circuiti stampati.<br />
Qui il sole non entra mai, il chiacchiericcio sobbalza sui cardini cigolanti dell&#8217;ufficio Affari Interiori.<br />
Acqua di colonia, parquet: a occhi chiusi trovo la Direzione, dove le decisioni non vengono prese. Mai.<br />
Esco.<br />
Giù per le scale, segatura bagnata.<br />
&#8220;L&#8217;aria ti schiaccia?&#8221;<br />
Si.<br />
Non riesco a staccare gli occhi da terra, le trame dell&#8217;acciottolato percosso dalla pioggia, sciolgono al suolo il mio almanaccare sparso.<br />
Ottobre che non passa.<br />
Un volo di corvacci attraversa il telaio del tempo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Ad aeternum</title>
		<link>http://www.dalbuio.it/blog/archives/225</link>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 2010 08:39:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[stagioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Anche questa stagione si è fatta Esile Corre lo stoppino al sonno La veglia in menzogna Così, senza pudore. Che perdere ancora? Cosa inventare? Si fa ora di chiudere bottega Di pignorare gli avanzi Le schegge, la pialla L’opera a metà. Niente storie da scolpire Niente fole Niente. Volgo al tramonto Questa persona (in fondo) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Anche questa  stagione si è fatta<br />
Esile<br />
Corre lo stoppino  al sonno<br />
La veglia in  menzogna<br />
Così, senza  pudore.<br />
Che perdere  ancora?<br />
Cosa inventare?<br />
Si fa ora di  chiudere bottega<br />
Di pignorare gli  avanzi<br />
Le schegge, la  pialla<br />
L’opera a metà.<br />
Niente storie da  scolpire<br />
Niente fole<br />
Niente.<br />
Volgo al tramonto<br />
Questa persona  (in fondo)<br />
Nella gran  liquidazione<br />
A mani infrante<br />
Nuda<br />
Come terra appena  smossa<br />
Qui, in seno al  niente<br />
(finalmente)<br />
Ho incassato il  mio congedo</p>
<p><em>“Ad  aeternum”</em></p>
<p>pare.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Minima poetica a matita</title>
		<link>http://www.dalbuio.it/blog/archives/214</link>
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		<pubDate>Sun, 03 Oct 2010 21:10:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[appunti]]></category>
		<category><![CDATA[diario]]></category>
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		<description><![CDATA[Se lo sguardo striscia nel fango, poco importa. Anche la parola si può sporcare. La prova? &#8220;ventre&#8221; &#8220;sangue&#8221; &#8220;terra&#8221; &#8220;mota&#8221; &#8230; Ma non deve disfarsi, mai. Il cigno morto è un sacchetto di materia, d&#8217;ossa, piume. Dunque, mai confondere &#8220;raccogliere&#8221; con &#8220;collezionare&#8221;, &#8220;addensare&#8221; con &#8220;amalgamare&#8221;: densità e simbolo sono due strade diverse, l&#8217;uno è scorciatoia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se lo sguardo striscia nel fango, poco importa.<br />
Anche la parola si può sporcare.<br />
La prova?<br />
&#8220;ventre&#8221;<br />
&#8220;sangue&#8221;<br />
&#8220;terra&#8221;<br />
&#8220;mota&#8221;<br />
&#8230;<br />
Ma  non deve disfarsi, mai.<br />
Il cigno morto è un sacchetto di materia, d&#8217;ossa, piume.<br />
Dunque, mai confondere &#8220;raccogliere&#8221; con &#8220;collezionare&#8221;, &#8220;addensare&#8221; con &#8220;amalgamare&#8221;: densità e simbolo sono due strade diverse, l&#8217;uno è scorciatoia dell&#8217;altro.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Gatti neri e tele di ragno</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 18:57:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tornando dal lavoro in bici, in questo deserto di città martoriata dalla pioggia, dietro un angolo stretto e cieco, i miei occhi hanno sbattuto contro quelli di un gatto nero. M&#8217;ha guardato dall&#8217;alto in basso in un attimo, ma poi ci siamo fissati reciprocamente, gli occhi negli occhi. Da giorni non avevo la sensazione d&#8217;esserci, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tornando dal lavoro in bici, in questo deserto di città martoriata dalla pioggia, dietro un angolo stretto e cieco, i miei occhi hanno sbattuto contro quelli di un gatto nero.<br />
M&#8217;ha guardato dall&#8217;alto in basso in un attimo, ma poi ci siamo fissati reciprocamente, gli occhi negli occhi.<br />
Da giorni non avevo la sensazione d&#8217;esserci, di esistere come è stato in quell&#8217;istante. Mi c&#8217;è voluto un vecchio gatto nero, con le vibrisse ingrigite dagli anni.<br />
Ho spostato il peso ancora un po&#8217; sulla sella e ho chiuso la curva. Le ultime pedalate verso casa sono passate senza che nessun altro pensiero mi si affacciasse alla coscienza.</p>
<p>A casa, corrispondenze varie. Ho ricevuto una lettera da una vecchia amica, che m&#8217;ha fatto domande a cui non so come rispondere. Un&#8217;altra, da una donna che non conosco e che non so perché m&#8217;abbia scritto. La terza, è l&#8217;ultima bolletta di quella disgraziata casa in cui non mi sono mai sentito a casa, l&#8217;ultimo filo di ragnatela che mi lega a quelle quattro assi sconnesse di parquet fra i tetti di Milano.</p>
<p>La quarta missiva, quella che più di tutte aspettavo, non è arrivata.</p>
<p>Fuori, una luna perfettamente a mezzo, gioca con le ultime cortine di nuvole che orlano questo cielo postferragostano. Sento una solitudine indolente addosso, come una maglia sgualcita dopo una notte agitata.</p>
<p>Non c&#8217;è nessun filo nel passato che si possa più riannodare. Solo vecchie tele di ragno da strappare.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Guarire la mente</title>
		<link>http://www.dalbuio.it/blog/archives/191</link>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2010 13:25:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[dilettante universale]]></category>
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		<description><![CDATA[Ora, guarire la mente. Troppo silenzio,o surrogare silenzio con altro fragore di vie o di fole o di niente. Che ora torni all&#8217;amato all&#8217;ego, al libro, che riverghi verbi e stralci dal vitreo guanciale il risognato, ritorno: la notte e il giorno. Che ora sia ora adesso di plausibili sperequazioni e ticchettando si muti il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora, guarire la mente.<br />
Troppo silenzio,o surrogare silenzio<br />
con altro fragore di vie o di fole o di niente.<br />
Che ora torni all&#8217;amato<br />
all&#8217;ego, al libro, che riverghi<br />
verbi e stralci dal vitreo guanciale<br />
il risognato, ritorno: la notte e il giorno.<br />
Che ora sia ora<br />
adesso di plausibili sperequazioni e ticchettando<br />
si muti il letto che vado sempre scendendo<br />
l&#8217;anticiclonico corso<br />
risale all&#8217;antico nido<br />
crepuscolando<br />
sghembo.</p>
<p>Come <em>mente<br />
tempo<br />
guarire</em></p>
]]></content:encoded>
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		<title>Discorso in parole piane (quasi prosa)</title>
		<link>http://www.dalbuio.it/blog/archives/178</link>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 09:28:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Frammenti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[dilettante universale]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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		<description><![CDATA[Maestri che insegnano a parlare d’amore. Malo discipulo, sono io. In un sacrato corollario mi tento persino a compitare, incerto, mentre annotta. E di quanto s’infiora e mi scombina, l’ultima parola forse mi rende persino all’amato grembo. Forse comincio a camminare. Forse principia: questo viaggio chiamavamo amore. Fresco di tornio, quasi novello, non fosse per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Maestri che insegnano a parlare<br />
d’amore. Malo discipulo, sono io.</p>
<p>In un sacrato corollario<br />
mi tento persino a compitare,<br />
incerto, mentre annotta.</p>
<p>E di quanto s’infiora e mi scombina,<br />
l’ultima parola forse mi rende<br />
persino all’amato grembo.</p>
<p>Forse comincio a camminare.<br />
Forse principia: questo viaggio<br />
chiamavamo amore. Fresco di tornio,<br />
quasi novello, non fosse per il libro.<br />
Non fosse che per amarti.</p>
<p>quel giorno più non vi leggemmo avante</p>
<p>ed io caddi.</p>
<p style="text-align: right;">(2003)</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Aneddoti, fantasia romanzesca.</title>
		<link>http://www.dalbuio.it/blog/archives/125</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Sep 2009 19:37:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Dissertazioni]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[aneddoti]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento]]></category>
		<category><![CDATA[memoria]]></category>
		<category><![CDATA[passato]]></category>
		<category><![CDATA[rose]]></category>
		<category><![CDATA[stagioni]]></category>
		<category><![CDATA[uomo senza qualità]]></category>

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		<description><![CDATA[Un tempo amavo imprecisamente una donna. Era un sentimento impreciso, poiché non ho mai chiarito a me stesso se quello sciame di pulsioni e pensieri fosse realmente amore, né è poi vero che quella persona fosse pienamente donna. Via, ero innamorato di una ragazza. O meglio: ero allacciato in sentimenti amorosi ad una ragazza ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un tempo amavo imprecisamente una donna.<br />
Era un sentimento impreciso, poiché non ho mai chiarito a me stesso se quello sciame di pulsioni e pensieri fosse realmente amore, né è poi vero che quella persona fosse pienamente donna.<br />
Via, ero innamorato di una ragazza. O meglio: ero allacciato in sentimenti amorosi ad una ragazza ed a una folta schiera di fantasie romanzesche circa il nostro stare insieme.</p>
<p>Mi lasciò e piansi. Piansi davanti a lei come un bambino cui è inflitta una punizione. Erano i primi giorni di settembre.</p>
<p>Qualche giorno dopo, con le chiavi dell&#8217;appartamento, entrai nella sua stanza per lasciare, di nascosto, diciotto rose rosse e una gialla, accanto al letto. Sicuro che quello era un gesto estremamente romanzesco. Anzi, meglio: questa è la parte della vicenda che potrebbe essere fantasia.</p>
<p>Uscii dal romanzo quella sera stessa, passando dalla portineria.</p>
<p>Negli anni a seguire, ho amato con molta più precisione, credo. E come se ne avessi fatta un&#8217;abitudine, settembre è il mese che ripropone la malinconia, la stessa, precisa.</p>
<p>Piansi in una sera come questa, una sera già fresca, dalla brezza tesa e la luna alta e velata.</p>
<p>Questa sera di settembre ho scelto di restare in ufficio (allora non lavoravo ancora) prendendomi in carico uno straordinario, di cui nemmeno avrei bisogno.<br />
Chiaramente, questa è la parte più aneddotica della vicenda, date due condizioni fondamentali: è reale, poiché questo qui-ora lo sto senz&#8217;altro vivendo; bisogna trarne qualche insegnamento o uscirne con qualche conclusione brillante.</p>
<p>Sicuramente, ora non ci sono più fiori, né romanzi; salvo quelli che tengo sul comodino, per sfinirmi la notte aspettando il sonno.<br />
Ci sono altri appartamenti che ho conosciuto (qualcuno, anche di nascosto) ma nessuno è il mio &#8211; e questo lo devo ricordare. Non ci sono più lacrime, perché un uomo teme la vergogna più della solitudine. Ho scelto il silenzio.<br />
Né sciami di sentimenti, ci sono. C&#8217;è solo l&#8217;indifferenza di una donna e la rassegnazione di un uomo senza qualità.</p>
<p>Delle rose, ho perso il conto: dovrebbero essere&#8230; Venticinque? Ventisette? Centinaia?<br />
Se in questa stanza (in questa stanza d&#8217;ufficio, non la mia, né la sua) ce ne fosse una per ogni volta che ho pensato alla parola amore, il loro profumo potrebbe tranquillamente ammazzarmi.</p>
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		<title>Milano – Venezia, un diario (giorno 6)</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jul 2009 08:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo G. Teti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Carichiamo per l&#8217;ultima volta le bici, non sono nemmeno le 8. Il cielo è coperto e l&#8217;aria è decisamente fresca. Usciamo da Loreo seguendo il canale, raggiungiamo l&#8217;Adige. Lo attraversiamo, attacca a piovere, nuvole scure sbarrano l&#8217;orizzonte a ovest. Seguiamo un tratto dell&#8217;idrovia Po – Brondolo, paralleli alla Romea. Il fronte del temporale cambia improvvisamente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { text-indent: 0.1cm; margin-bottom: 0.01cm; line-height: 150%; widows: 2; orphans: 2; page-break-before: auto } -->Carichiamo per l&#8217;ultima volta le bici, non sono nemmeno le 8.<br />
Il cielo è coperto e l&#8217;aria è decisamente fresca. Usciamo da Loreo seguendo il canale, raggiungiamo l&#8217;Adige. Lo attraversiamo, attacca a piovere, nuvole scure sbarrano l&#8217;orizzonte a ovest.</p>
<p>Seguiamo un tratto dell&#8217;idrovia Po – Brondolo, paralleli alla Romea. Il fronte del temporale cambia improvvisamente direzione e ci punta dritti addosso.</p>
<p>Dopo qualche minuto intensifica, tanto che a un certo punto le gocce di pioggia picchiano davvero forte. Biagio davanti a me esclama: “Comincio a vedere qualcosa che rimbalza per terra!”.<br />
Guardo l&#8217;asfalto, capisco cosa vuol dire: è grandine. I chicchi restano per fortuna piccoli, e non dura che due minuti.</p>
<p>Pedaliamo fino al Brenta, che anticamente si impaludava a sud della laguna di Venezia e ora è canalizzato per scaricare in mare.<br />
Appena lo attraversiamo si leva il vento e in un attimo esce il sole.<br />
Arriviamo a Chioggia che fa già caldo, sono passati meno di venti minuti dalla fine del temporale.</p>
<p>Passiamo attraverso i fornici delle mura di Chioggia e costeggiamo un tratto del porto-canale. Siamo sul mare, è quasi fatta!</p>
<p>All&#8217;imbarco per Pellestrina ci tocca aspettare quasi un&#8217;ora, quando saliamo sul vaporetto constatiamo che il trasporto di bici per nave da queste parti è molto comune, siamo almeno cinque ciclisti a salire sulla stessa corsa.<br />
Sbarchiamo a Pellestrina dopo aver costeggiato il tratto più spettacolare dei Murazzi. Davanti all&#8217;attracco ci leviamo di dosso le maglie pesanti e ci prepariamo all&#8217;ultimo tratto pedalabile.</p>
<p>Percorriamo il lido di Pellestrina fino alla bocca di Malamocco, a sinistra la Laguna e a destra l&#8217;Adriatico.<br />
Il cielo si apre rapidamente, soffia vento dal mare e spazza via le nuvole. Presto ci si presenta uno spettacolo eccezionale: la vista spazia dai colli Euganei all&#8217;arco alpino, l&#8217;orizzonte è orlato di nuvolette bianche, la striscia argentea della Laguna riflette in lontananza gli alberi che bordano le valli lungo l&#8217;entroterra.<br />
Nel giro di mezz&#8217;ora il sole si fa ancora più alto e la Laguna cambia colore in un verde smeraldo intenso, sembra di volare fra cielo e mare.</p>
<p>Saliamo sul traghetto di punta Alberoni, intraprendiamo l&#8217;ultimo tratto di lido tenendoci verso l&#8217;interno della Laguna.<br />
Andiamo a tutta, al contrario di quello che ci eravamo ripromessi. La situazione è talmente esaltante che le gambe girano da sole.<br />
Ancora qualche colpo di pedale, arriviamo all&#8217;attracco del Lido di Venezia.</p>
<p>Qui con meraviglia ci fanno storie per il trasporto delle biciclette fino a Venezia città. Con un po&#8217; di pazienza troviamo un comandante di vaporetto che, a sua discrezione ci fa imbarcare.<br />
Questa volta l&#8217;operazione di imbarco va fatta con prudenza: i vaporetti della linea Lido – Piazzale Roma sono molto più piccoli e il bacino del Lido è trafficato, con le onde più grosse la barca rolla e beccheggia, allontanandosi dalla banchina anche di mezzo metro.<br />
L&#8217;ultima cosa che voglio è che il viaggio si concluda con la mia Bianchi sul fondale della Laguna.</p>
<p>Saliamo a bordo. Mancano pochi istanti. Butto un occhio all&#8217;odometro: siamo a 460 km.<br />
Prendiamo terra sull&#8217;isola di Sant&#8217;Elena: è il momento che aspettiamo da sei giorni.<br />
Io e Biagio ci guardiamo seri e ci stringiamo la mano.<br />
Venezia. Ce l&#8217;abbiamo fatta!</p>
<p>Fermiamo una coppia di turisti americani, che ci scattano la foto di rito col pollice in su. Quindi in uno stato di euforia crescente ci muoviamo alla volta di casa di mia sorella, che ci aspetta.</p>
<p>Ai giardini della Biennale rimontiamo in sella e cominciamo a pedalare, assaporando la singolare sensazione di essere qui, a Venezia. In bici e arrivando solo con la forza nei nostri muscoli, mettendoci il tempo necessario.<br />
Niente treni, reti stradali ad alto scorrimento, mezzi di trasporto semoventi, orari, compagnie di trasporti. Solo un fiume per tracciare la rotta e un velocipede per seguirla.</p>
<p>Biagio qualche metro avanti a me imbocca via Garibaldi agitando il caschetto in aria come un cowboy agita il cappello in un rodeo.<br />
Attraversiamo il ponte della Tana, quindi con fatica ci issiamo sulla campata lignea del ponte dell&#8217;Arsenale.</p>
<p>Arriviamo in campo Bandiera e Moro, o della Bragora, nello stesso momento in cui mia sorella Federica sta rientrando a casa. Ci incontriamo così, per strada.<br />
Le corro incontro tutto allegro, per un attimo lei mi guarda confusa e mi passa come un lampo per la testa l&#8217;intuizione che dobbiamo sembrare veramente una strana apparizione, così vestiti e con le biciclette a mano.<br />
Prima di entrare in casa, andiamo a farci un&#8217;ultima foto all&#8217;angolo con calle della Morte, un ramo cieco che si diparte dal campo accanto a casa.<br />
Per via del nome, avevamo scherzosamente scelto questa come meta simbolica del nostro viaggio: appuntamento a calle della Morte, avevamo detto agli amici prima di partire.</p>
<p>Appoggiamo le biciclette in casa, dietro la porta d&#8217;ingresso.<br />
Mia sorella ci versa due generosi bicchieri di vino bianco sfuso, preso al bàcaro, come si usa a Venezia.</p>
<p>Ci riportiamo a riposare ancora qualche minuto sulle panchine della Bragora, per goderci il sole pieno del pomeriggio.</p>
<p>Mentre i bambini sul campo giocano a nascondino, mi prende un lieve torpore. Socchiudo gli occhi e mi scorre davanti tutto il viaggio in un istante.<br />
Mi sembra quasi di sognare.</p>
<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 614px"><img title="giorno 6" src="http://photos-f.ak.fbcdn.net/hphotos-ak-snc1/hs199.snc1/6733_1160625223140_1453095567_421165_7622158_n.jpg" alt="Missione compiuta!" width="604" height="403" /><p class="wp-caption-text">Missione compiuta!</p></div>
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