Serenissima

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Carichiamo per l’ultima volta le bici, non sono nemmeno le 8.
Il cielo è coperto e l’aria è decisamente fresca. Usciamo da Loreo seguendo il canale, raggiungiamo l’Adige. Lo attraversiamo, attacca a piovere, nuvole scure sbarrano l’orizzonte a ovest.

Seguiamo un tratto dell’idrovia Po – Brondolo, paralleli alla Romea. Il fronte del temporale cambia improvvisamente direzione e ci punta dritti addosso.

Dopo qualche minuto intensifica, tanto che a un certo punto le gocce di pioggia picchiano davvero forte. Biagio davanti a me esclama: “Comincio a vedere qualcosa che rimbalza per terra!”.
Guardo l’asfalto, capisco cosa vuol dire: è grandine. I chicchi restano per fortuna piccoli, e non dura che due minuti.

Pedaliamo fino al Brenta, che anticamente si impaludava a sud della laguna di Venezia e ora è canalizzato per scaricare in mare.
Appena lo attraversiamo si leva il vento e in un attimo esce il sole.
Arriviamo a Chioggia che fa già caldo, sono passati meno di venti minuti dalla fine del temporale.

Passiamo attraverso i fornici delle mura di Chioggia e costeggiamo un tratto del porto-canale. Siamo sul mare, è quasi fatta!

All’imbarco per Pellestrina ci tocca aspettare quasi un’ora, quando saliamo sul vaporetto constatiamo che il trasporto di bici per nave da queste parti è molto comune, siamo almeno cinque ciclisti a salire sulla stessa corsa.
Sbarchiamo a Pellestrina dopo aver costeggiato il tratto più spettacolare dei Murazzi. Davanti all’attracco ci leviamo di dosso le maglie pesanti e ci prepariamo all’ultimo tratto pedalabile.

Percorriamo il lido di Pellestrina fino alla bocca di Malamocco, a sinistra la Laguna e a destra l’Adriatico.
Il cielo si apre rapidamente, soffia vento dal mare e spazza via le nuvole. Presto ci si presenta uno spettacolo eccezionale: la vista spazia dai colli Euganei all’arco alpino, l’orizzonte è orlato di nuvolette bianche, la striscia argentea della Laguna riflette in lontananza gli alberi che bordano le valli lungo l’entroterra.
Nel giro di mezz’ora il sole si fa ancora più alto e la Laguna cambia colore in un verde smeraldo intenso, sembra di volare fra cielo e mare.

Saliamo sul traghetto di punta Alberoni, intraprendiamo l’ultimo tratto di lido tenendoci verso l’interno della Laguna.
Andiamo a tutta, al contrario di quello che ci eravamo ripromessi. La situazione è talmente esaltante che le gambe girano da sole.
Ancora qualche colpo di pedale, arriviamo all’attracco del Lido di Venezia.

Qui con meraviglia ci fanno storie per il trasporto delle biciclette fino a Venezia città. Con un po’ di pazienza troviamo un comandante di vaporetto che, a sua discrezione ci fa imbarcare.
Questa volta l’operazione di imbarco va fatta con prudenza: i vaporetti della linea Lido – Piazzale Roma sono molto più piccoli e il bacino del Lido è trafficato, con le onde più grosse la barca rolla e beccheggia, allontanandosi dalla banchina anche di mezzo metro.
L’ultima cosa che voglio è che il viaggio si concluda con la mia Bianchi sul fondale della Laguna.

Saliamo a bordo. Mancano pochi istanti. Butto un occhio all’odometro: siamo a 460 km.
Prendiamo terra sull’isola di Sant’Elena: è il momento che aspettiamo da sei giorni.
Io e Biagio ci guardiamo seri e ci stringiamo la mano.
Venezia. Ce l’abbiamo fatta!

Fermiamo una coppia di turisti americani, che ci scattano la foto di rito col pollice in su. Quindi in uno stato di euforia crescente ci muoviamo alla volta di casa di mia sorella, che ci aspetta.

Ai giardini della Biennale rimontiamo in sella e cominciamo a pedalare, assaporando la singolare sensazione di essere qui, a Venezia. In bici e arrivando solo con la forza nei nostri muscoli, mettendoci il tempo necessario.
Niente treni, reti stradali ad alto scorrimento, mezzi di trasporto semoventi, orari, compagnie di trasporti. Solo un fiume per tracciare la rotta e un velocipede per seguirla.

Biagio qualche metro avanti a me imbocca via Garibaldi agitando il caschetto in aria come un cowboy agita il cappello in un rodeo.
Attraversiamo il ponte della Tana, quindi con fatica ci issiamo sulla campata lignea del ponte dell’Arsenale.

Arriviamo in campo Bandiera e Moro, o della Bragora, nello stesso momento in cui mia sorella Federica sta rientrando a casa. Ci incontriamo così, per strada.
Le corro incontro tutto allegro, per un attimo lei mi guarda confusa e mi passa come un lampo per la testa l’intuizione che dobbiamo sembrare veramente una strana apparizione, così vestiti e con le biciclette a mano.
Prima di entrare in casa, andiamo a farci un’ultima foto all’angolo con calle della Morte, un ramo cieco che si diparte dal campo accanto a casa.
Per via del nome, avevamo scherzosamente scelto questa come meta simbolica del nostro viaggio: appuntamento a calle della Morte, avevamo detto agli amici prima di partire.

Appoggiamo le biciclette in casa, dietro la porta d’ingresso.
Mia sorella ci versa due generosi bicchieri di vino bianco sfuso, preso al bàcaro, come si usa a Venezia.

Ci riportiamo a riposare ancora qualche minuto sulle panchine della Bragora, per goderci il sole pieno del pomeriggio.

Mentre i bambini sul campo giocano a nascondino, mi prende un lieve torpore. Socchiudo gli occhi e mi scorre davanti tutto il viaggio in un istante.
Mi sembra quasi di sognare.

Missione compiuta!

Missione compiuta!

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Mi sveglio col sole in faccia, ancora basso sull’orizzonte.
La sensazione di ristoro che provo stamattina è incredibile, sento ogni muscolo perfettamente disteso.
In qualche decina di minuti siamo già in ordine di marcia.

Dalle mura di Ferrara cerchiamo la ciclabile che porta al Po, ci accodiamo a due signori con le bici da corsa, che escono per il giretto mattutino.
Mezz’ora dopo saliamo sull’argine. La mattinata scorre lenta, basta guardare la cartina per notare quanto poco popolata sia la bassa ferrarese. A volte passano anche venti minuti prima di scorgere una casa o il successivo paese all’orizzonte.
In questo tratto il fiume è molto largo, con il greto sabbioso che si estende per decine di metri prima di risalire all’argine. È un paesaggio austero e grandioso.

Se non altro incontriamo diversi plotoni di ciclisti molto agguerriti che provengono dalla direzione contraria alla nostra, cosa che ci fa ben sperare per il fondo stradale.

Con disappunto le sensazioni positive del risveglio si dissolvono rapidamente, mi tocca constatare che mi sento stranamente imballato. E’ possibile che la tirata di ieri sia costata più di quanto mi paresse all’arrivo a Ferrara. Mi fermo un paio di volte per fare stretching: i muscoli che accusano di più sono i glutei.
Andiamo avanti tutto il giorno a barrette energetiche, non essendoci paesi lungo la strada non si può fare altrimenti.

Il cielo è coperto, tutto intorno ballano nuvoloni di temporale. Passiamo per il paesino di Berra e scendiamo dall’argine per chiedere informazioni: ricordo di aver letto, prima di partire, che una volta qui c’era un traghetto che collegava alla sponda polesana.

I vecchi in piazza ci dicono che il servizio è stato soppresso da qualche anno, l’unico modo di attraversare è inoltrarsi nel delta e scavalcare il ramo del Po di Goro prima, quindi quello del Po di Venezia.
Po di Venezia, dicono: è segno che ci siamo quasi.
La scenetta per altro si svolge in maniera divertente: dopo aver chiesto al primo passante, nel giro di qualche istante si è raccolta intorno a noi una mezza dozzina di persone, ognuna con la propria idea per il nostro itinerario. Nonostante il chiacchiericcio ne emergo comunque con le idee abbastanza chiare.

Dopo poco un cartello annuncia la “Porta del Delta”. Siamo entrati nelle terre basse.

Attraversiamo il Po di Goro tra Ariano Ferrarese e Ariano Polesine, dove ci fermiamo per uno spuntino a base di piadina e gelato. Lì decidiamo anche la meta di giornata: Loreo, che a prima vista mi sembra il giusto compromesso.
Le nuvole si addensano, chiedo alla camerierina del bar tra quanto, secondo lei, si scatenerà il temporale: “Mezzora!” dice con una risatina divertita e il suo accento già pienamente veneto.
Via in sella allora! Biagio mette il telo impermeabile sulle borse e teniamo le mantelline a portata di mano.

A questo punto le uniche opzioni che abbiamo per attraversare il Po di Venezia sono il ponte della Romea (che tutti ci sconsigliano, visto il traffico impazzito) o il ponte della statale Transpolesana.
Optiamo per quest’ultimo, ma non ci va tanto meglio.

Intanto il temporale incombe e si alza un fastidioso vento. Anche dandoci i cambi e restando in scia il più possibile, fatichiamo a stare ai 20 km/h.

Quando arriviamo al ponte, lo scenario non appare rassicurante. Un cartello indica che la campata è lunga più di 1200 metri e il traffico è sostenuto, principalmente composto da mezzi pesanti.
Ci fermiamo un attimo prima di attaccare alla salita. Dico a Biagio: “Vediamo di far durare questa cosa il meno possibile”

Andiamo. Il fiume è veramente maestoso, qui.
Verso metà ponte, con i camion che ci sfrecciano intorno facendoci ballare con lo spostamento d’aria, mi accorgo che il ponte scavalca l’argine polesano, passando quasi 10 metri più in alto, sui piloni. Sarebbe quella la strada che dobbiamo prendere. Poi realizzo anche che la statale prosegue senza altre intersezioni fino allo svincolo di Adria, 2-3 km più avanti. Maledizione, quello è praticamente uno svincolo autostradale!

Biagio è davanti e comincia a scendere. Gli urlo di fermarsi, subito!

Accostiamo.
Cerchiamo rapidamente una soluzione per la strada. Alla fine scatta l’operazione cross-country: ci lanciamo giù dalla spalletta della statale ed entriamo in un campo. Troviamo un viottolo, ma è sbarrato. Scavalco e Biagio mi passa le bici sollevandole oltre il cancello.
Avanziamo dritti attraverso i campi lungo la traccia di un trattore, apriamo a forza un altro cancello, riguadagnamo l’argine.

Qui su il vento ci martella per una mezza dozzina di chilometri.
Puntiamo a nord verso Loreo.
Passiamo accanto all’autodromo di Adria, da cui escono alla spicciolata ragazzi con auto elaborate, portate in pista per un track day. C’è odore di benzina, gomme e deodoranti per auto.
Finalmente le nuvole si diradano e arriviamo in paese, proprio mentre il contachilometri fa cifra tonda sui 90 km.

Loreo si riassume in un canale navigabile e uno stradone che lo incrocia perpendicolarmente. È un centro antico, di origine romana. Ma non ne resta molto, il posto è semplicemente un paesino di profonda provincia. Con una differenza che lo distingue da tutti quelli che abbiamo visto fin qui: il cielo è pieno di gabbiani, si respira già aria di mare.

Siamo gli unici ospiti dell’albergo, un tre stelle vecchiotto con ristorante annesso. Parlando con la proprietaria, scopriamo che durante la giornata ha fatto temporale un po’ ovunque in tutto il delta. A Rosolina c’è stata addirittura tempesta. Noi non abbiamo preso una goccia di pioggia in tutto il giorno.

Ceniamo lì, al ristorante, non essendoci alternative. C’è l’argenteria e la cameriera è in livrea rosa, col grembiulino.
La scena è un po’ surreale, la sala è deserta. Mangiamo moscardini e folpetti in umido, davvero eccellenti.

Più tardi facciamo due passi e ci sediamo al Bar Sport, sul corso. A darci una misura della desolazione del posto, ci pensa un ragazzino in motorino.
Con il suo scooter smarmittato farà a tutta velocità avanti e indietro sul vialone tutta la sera, senza fermarsi mai, come una mosca impazzita che continua a sbattere su e giù sulla finestra che la imprigiona.

Buttati giù un paio di amari “celebrativi” andiamo placidamente a dormire, sapendo che domani sarà una sgambata di piacere. La cartografia che ho portato contempla fino a Chioggia, che so essere a meno di 25 km da qui. Il resto nemmeno mi interessa, conosco la Laguna e la strada da fare è solo una: per il Lido di Venezia!

Sul canale di Loreo.

Sul canale di Loreo.

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Apro gli occhi con due minuti d’anticipo sulla sveglia, mi sento ottimamente riposato. Quando spalanco le persiane noto però con disappunto che il cielo è coperto. Sento l’aria carica d’umidità.

Vado in bagno e lì mi faccio una misura di quanto umido sia l’ambiente: sul lavandino saltella placidamente una rana!
Sorrido, scatto una foto alla piccola ospite e poi la depongo fuori, fra le sassifraghe ai bordi dell’aia.

Guardo l’orologio, Nicoletta arriverà a momenti e sono impaziente di vederla.
Eccola sulla sua macchinetta nera che percorre il vialetto. Ci abbracciamo ridendo, erano sette anni che non ci incontravamo.

Il tempo di lasciar preparare anche Biagio e ci sediamo a far colazione, che questa mattina comprende persino qualche affettato.
Chiacchierando amabilmente non ci accorgiamo che passa quasi un’ora e mezza e la nostra partenza al mattino presto sfuma, tanto più che poco prima delle 9 attacca a piovere.

Saluto la mia amica e ci prepariamo a rimetterci in marcia. Ma la pioggia si intensifica. Aspettiamo che spiova, chiediamo un parere sul meteo al proprietario dell’agriturismo.
Alla fine decidiamo di muoverci, nonostante la pioggerellina tramutatasi in temporale. Ci copriamo con le mantelline, ridisponiamo il bagaglio in assetto anti-pioggia.

Scegliamo di puntare dritti sul Po al confine tra mantovano e ferrarese, tagliando di fatto tutta l’ansa in territorio lombardo.
Siamo determinati, ci è chiaro che oggi è sostanzialmente il giorno in cui ci giochiamo il viaggio. Se oggi riusciamo a guadagnare un bel margine, Venezia si avvicina enormemente e possiamo farcela senza ansie.

Così ci lanciamo sulla strada per Moglia e l’argine del Secchia, fra camionette che sollevano nuvole d’acqua e sotto la pioggia battente.
Imponiamo subito un ritmo elevato (oggi si rivelerà essere la tappa con la media oraria più alta, contro ogni previsione) e ci diamo i cambi con regolarità.
La strada è larga e trafficata, scendendo dai numerosi cavalcavia continuiamo a pedalare come invasati, tocchiamo di frequente punte vicine ai 50 km/h.
Mi prende uno stato di esaltazione profonda, credo sia vera e propria trance agonistica. A un certo punto mi sento persino suonare in testa il ritornello di una qualche canzone tamarra degli anni ’80. È una condizione mentale talmente demenziale che scoppio a ridere da solo.

Usciamo da questa lavatrice impazzita solo un’ora e mezza dopo, verso San Giacomo delle Segnate. Tenendo duro sulla statale 496 siamo già arrivati a buon punto.

Entriamo nelle terre di Matilde di Canossa.

Dopo un altro tratto ci imbattiamo in un complesso agricolo stupefacente. La cartina qui riporta la località Arrigona. Ma non si tratta di un paese, bensì di un’unica azienda agricola di dimensioni enormi, larga quanto un paese.

Al centro c’è un palazzo seicentesco intonacato di giallo, con ai lati diverse corti coloniche, l’aia è grande quanto un campo, tanto che ci cresce il granturco. Alle ali del complesso sorgono due cappelle barocche, speculari. Poi ancora oltre stalle e fienili.
Ed è tutto abbandonato!
Di posti sorprendenti qui nella bassa ne incontriamo parecchi, molti accomunati dall’incuria e dall’abbandono. Ma di tutti questo è il più incredibile.

Pedaliamo fino a Poggio Rusco, la pioggerellina si è fatta fine. Ad un incrocio sostiamo un attimo per mangiare qualche barretta energetica e fare il punto. Stiamo filando talmente spediti che decidiamo euforicamente di puntare su Ferrara, ormai a meno di 50 km da noi.
Entriamo nel ferrarese e la campagna cambia improvvisamente faccia. Si moltiplicano i canali, le strade seguono percorsi perfettamente rettilinei per chilometri e chilometri: stiamo attraversando terre di bonifica.

I paesi sono solcati da stradoni ampi, orlati da file di villette anonime anni ’50. Tutto il contrario dei centri della bassa pavese, ad esempio, dove la strada si incunea nelle stradine strette dei paesi, di chiaro impianto medievale.
Su un canale adocchiamo per la prima volta un trabucco da pesca, segno che le valli, regno di anguille e pesci gatto, sono ormai vicine.

Sono circa le 13 quando arriviamo a Bondeno. Il sole ha bucato le nuvole e scalda parecchio, ma l’umidità resta alta e noi, vuoi causa pioggia vuoi causa sudore, siamo ancora fradici.
Non accenniamo ad uscire dalla trance della mattinata, Biagio si fionda in un supermercato e ne esce dopo poco con cibo per quattro persone.
Ci accampiamo come due zingari nel parchetto del paese, stendiamo i nostri panni al sole sulla ringhiera di una fontana spenta e mangiamo con le mani direttamente dal sacchetto di plastica, raccogliendo diverse occhiate severe dai passanti.

Finito il fiero pasto, ci riacconciamo alla buona e ci spostiamo sulla piazza principale di Bondeno. È lì che colgo in pieno l’aria da vecchia provincia che si respira da queste parti. È come se tutto rallentasse di punto in bianco.
Ci sediamo al tavolino di un caffè dall’arredo meravigliosamente anni ’30, dentro è tutto in penombra, ci sono le serrande parzialmente chiuse, c’è un grande bancone con le specchiere e una saletta da tè con dei grandi divani verdi, in pelle trapuntata.
Passo un paio d’ore senza fare nulla, Biagio intanto si attacca al telefono e cerca di risolvere un problema di lavoro che si è manifestato da Milano.
La piazza viene attraversata un paio di volte una procace bionda con una canotta a righe orizzontali bianche e blu, e una gonnellina vaporosa, gli uomini si voltano a guardarla lungamente. In un cantone c’è un piccolo cinema con le insegne rosse “Teatro Odeon”. La luce lattiginosa del pomeriggio sbiadisce tutto come in una cartolina ingiallita dal tempo.

Ripartiamo nuovamente seguendo la direttissima Bondeno – Ferrara, una splendida pista ciclabile in sede propria che porta in meno di 20 km fino al capoluogo.
Poco avanti, sul ponte che scavalca le canalizzazioni del Reno, dei ragazzini si tuffano in acqua, in mutande, assicurandosi a una fune legata ai piloni.

A un tratto si verifica l’episodio più incredibile della giornata. Siamo in mezzo ai campi, lungo un canale, di case nemmeno l’ombra. In mezzo alla pista ciclabile si materializza un pavone.
Penso alla scena di Amarcord col pavone sulla neve e sto lì a guardarlo, mentre Biagio mi fa una foto.

Ci vuol poco per arrivare a Ferrara. Cerchiamo un alberghetto in cui Biagio era già stato tempo fa, ma lo troviamo chiuso. All’ufficio turistico ci consigliano rapidamente e bene di provare con la locanda degli Artisti.
La scelta è azzeccata. Il proprietario è un vecchio signore dai modi cordiali, ci fa un paio di domande sul nostro viaggio e sentenzia allegramente: “Le capisco ‘ste cose, una volta le facevo anch’io”
Ci dà una stanza all’ultimo piano, da come è arredata è chiara la precedente vocazione della struttura: ci sono solo lavandino e bidet, con tutta probabilità era un bordello.
Comunque sia, la vista da lassù è spettacolare, il posto è pulito e tranquillo.

Ci facciamo consigliare per la cena e usciamo a far due passi per la città, che è splendida, dolce e sonnacchiosa.
La fama di Ferrara come “città delle bici” è tutt’altro che immotivata. In tutto il centro non si vedono che persone in bicicletta, stando al castello conto sì e no quattro automobili in mezz’ora.

Io e il mio compagno di viaggio siamo molto soddisfatti, oggi la media è stata strepitosa nonostante la pioggia, siamo andati 20 km buoni oltre la più avanzata delle mete che avevamo individuato la sera prima e Venezia è a solo due giorni e meno di 150 km da noi.

Brindiamo con una bella birra e andiamo a cenare da Settimo, ottimo postaccio dalle porzioni robuste e prezzi modici.

La notte dormiamo entrambi benissimo, immersi in una quiete insospettabile, per una città, e cullati da un leggero venticello di levante.

In azione vicino a Ferrara

In azione vicino a Ferrara

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Affrontiamo il terzo giorno con molta più energia e convinzione dei giorni precedenti, tanto che decidiamo di spostare la meta di una decina di chilometri più a valle, a Reggiolo invece che Guastalla.
Partiamo alle 8.15 dopo aver mangiato due brioches cariche di marmellata e aver salutato i ragazzi della locanda.

Essendo domenica il traffico resterà per quasi tutto il giorno a livelli minimi. Dopo pochi chilometri decidiamo di imporci cambi regolari per tenere alto il ritmo: cerchiamo di stare tra i 20 e i 25 km/h e ci diamo il cambio in testa ogni 2 km di strada.
Funziona, il ritmo sale sensibilmente e la fatica diminuisce, tanto che poi manterremo rigorosamente questa tattica fino all’arrivo a Venezia.

Stiamo in argine fino a Colorno, dove passiamo scorgendo la grandissima reggia seicentesca dei duchi di Parma, detta pomposamente la Versailles dell’Emilia.
Quindi seguiamo per un breve tratto l’argine del torrente Parma e ci rimettiamo paralleli al Po.

Alla confluenza dell’Enza però troviamo la strada sbarrata da un cantiere che interessa una stazione di pompaggio a cavallo del fiume.
Dato che non c’è nessuno in vista, decidiamo di aggirare le recinzioni lungo la scarpata dell’argine e di attraversare il cantiere. L’operazione è complessa, visto il peso del bici (a pieno carico stazzano entrambe sui 25 kg) ma in un paio minuti siamo all’altro capo della chiavica e riprendiamo la pista.
Tolto questo inconveniente non c’è che dire: la provincia di Parma ha fatto un gran lavoro per trasformare tutto il sistema degli argini in piste ciclabili. Ottima segnaletica e fondo stradale molto in ordine.

Quello che è strano è che in tutta la mattina incontriamo sì e no tre ciclisti, pur essendo domenica.
Ad un certo punto, affianchiamo un tizio con una bici molto bella, che ci bombarda di domande, tutto entusiasta.
Dissente sul fatto che non ci siamo portati le tende (ci mancavano le tende, penso io) e poi ci fa: “Quanti chilometri vi fate al giorno? 200-300?” “Seeee, ma va!”
Immediatamente e senza dire una parola di più rilanciamo fino ai 30 km/h, ci rimettiamo sull’argine e lo lasciamo lì a pedalare come un lumacone sulla sua bici figa, favoleggiando di gente che si fa una randonnée al giorno per una settimana filata, portandosi dietro una roulotte al traino. Che, ben inteso, ci saranno pure. Ma certo non siamo noi.
Biagio commenta laconicamente: “Son tutti gay col culo degli altri!”
Ben detto.

In un attimo siamo a Brescello. Sono solo le 11, ci sentiamo come appena partiti ed invece siamo già a metà tappa.
Qui ne approfittiamo per prenderci due bottiglie di sbobba salina gusto arancia e per un rapido giro del paese. In cui forse non tutti sanno, furono ambientati i vari episodi di Peppone e Don Camillo.
Davanti al museo civico staziona un carro armato americano della Seconda Guerra Mondiale (foto ricordo scema n. 1) nella piazza principale invece ci sono due bronzi a grandezza naturale di Don Camillo (foto ricordo scema n. 2) e Peppone (foto ricordo scema n. 3).

Ripartiamo, ma scopriamo con fastidio che in questo punto la strada dell’argine coincide con la statale della Cisa e, nonostante tutto, è parecchio trafficata.
Lasciamo l’argine al primo incrocio, decisi a raggiungere il waypoint successivo, Guastalla, attraverso la viabilità secondaria. Ma lì si verifica il primo errore di navigazione in tre giorni (fino all’arrivo ne farò solo un altro, per lo stesso motivo: aver seguito la segnaletica locale e non aver fidato solo della mia cartografia) e ci troviamo su una superstrada a quattro corsie, con cavalcavia e svincoli annessi. Maledizione!
Scoprirò poi che doveva trattarsi del nuovo tracciato della Cisa, che per ragioni a me ignote, sulla aggiornatissima cartina del Touring Club che ho usato per tutto il viaggio, figurava come strada in costruzione. Ed invece era bella e che in uso.

Biagio è scocciato, mal sopporta gli stradoni trafficati e men che meno si destreggia con i cavalcavia, sui quali si pianta a 15 km/h e sale ostinandosi con rapporti troppo lunghi.
Riprendiamo allora l’argine, dalla cui sommità cominciamo a scorgere ben presto una grande costruzione antica sull’orizzonte.
Arrivati al paese lasciamo l’argine e scendiamo a vedere: è l’incredibile palazzo Bentivoglio di Gualtieri (paese, fra l’altro, del pittore Antonio Ligabue) sede di un altrettanto grandioso teatro.
La piazza centrale del paese è tutta dominata da questo palazzo-fortezza del ’500 e chiusa su tre lati da una cornice architettonica eccezionale, un porticato sormontato da una torre civica con tanto di orologio antico.
Felici della scoperta, montiamo nuovamente sull’argine. È ora di pranzo e il caldo è insostenibile.

In questo punto la pista ciclabile è interamente chiusa al traffico ordinario, è poco più che una striscia d’asfalto sulla sommità dell’argine, senza spallette. Sarà larga meno di un metro.
Giungiamo a Guastalla.
L’unica persona che incontriamo per strada è un vecchio sikh, avvolto nella sua veste lunga e col turbante in testa (in questa zona la comunità sikh è ben nutrita e trova impiego negli allevamenti di bovini). Complice anche il sole a picco di questa giornata di luglio, mi sembra per un attimo di essere da qualche parte in Medio Oriente invece che nella bassa padana.

Troviamo una pizzeria e ci facciamo un’abbondante mangiata chiusa da una macedonia di frutta fresca, saporitissima e davvero variegata, con tanto di ribes, lamponi e uvaspina.
Biagio si sente appesantito e chiede di prolungare la pausa.
Sfido! Si è preso una braciola con patatine fritte e poi ha ordinato una pizza!
Io invece smaltisco rapidamente il mio pasto a base di prosciutto crudo, parmigiano reggiano e un piatto di pasta fresca e sarei subito pronto a ripartire.
Infatti un’oretta dopo sono talmente impaziente che, per sfinimento, convinco il mio compagno di viaggio a rimettersi in moto.

Mancano una dozzina di chilometri alla destinazione della giornata, un agriturismo nei pressi di Reggiolo, che una mia amica del posto ha gentilmente trovato e prenotato per noi, il giorno prima.
Io sono grintoso, spingo forte. Biagio mi viene dietro ma poi accusa nausea (nei giorni successivi noto che rivedrà il suo atteggiamento alimentare a pranzo) tanto che alla fine ci rialziamo sui pedali e arriviamo all’agriturismo a passo blando.
Sono appena le 16.30, il contachilometri per oggi segna 82 km.

Qui troviamo una piccola fattoria ordinata, con una bella pergola addossata alla casa e un fienile riconvertito a ristorante.
La signora che gestisce il posto assieme al marito ci accoglie con cortesia, sistemiamo le bici in un angolo dell’aia, ci facciamo una doccia e laviamo l’abbigliamento tecnico.
Rapido controllo delle pressioni delle gomme (in ordine dopo tre giorni di marcia, bene così) e rimontiamo in sella, in abiti “civili” per andare a Reggiolo paese.

Anche qui c’è sagra in piazza. Gironzoliamo un po’, ci sediamo per una birra rinfrescante.
Vorrei anche incontrare la mia amica Nicoletta, che vive qui vicino, ma scopro che lavora al cinema di Carpi e che rientrerà solo in tarda serata. Ci accordiamo allora per vederci presto il mattino dopo.
Intanto ci siamo scolati diverse bottiglie di birra, acqua e bibite, il cameriere è allibito. Accenniamo un rapido calcolo: in media stiamo più o meno consumando 4-5 litri di liquidi al giorno. Eppure ieri devo aver fatto pipì non più di cinque volte; se avessi consumato la stessa quantità d’acqua stando a riposo avrei passato la giornata in bagno, immagino. Invece con questi 30° e rotti sudiamo e basta.

Visitiamo dunque il castello di Reggiolo, che è una bellissima costruzione medievale rimasta indenne a rimaneggiamenti successivi. Si vede che si trattava di un castello difensivo, di quelli veri: l’aspetto è austero. Il mastio è molto alto, contiamo ben sette piani, salendo.
Sarebbe in teoria chiuso al pubblico, ma uno dei ragazzi che stanno all’ingresso si appassiona al racconto del nostro viaggio e decide di portarci a fare un giro.
Dalla cima del mastio scatto qualche foto al panorama, che spazia fino all’Appennino reggiano, a sud. Penso che questo sia senz’altro il punto di massima elevazione sul livello del mare che tocchiamo in tutto il viaggio.

Il tempo di un panino ad uno dei chioschetti della fiera e torniamo all’agriturismo. Il sole già tramonta e noi siamo entrambi senza luci anteriori.
Ci sistemiamo in veranda con le cartine: è venuto il momento di fare il punto sul viaggio, siamo a metà.
Stendo la nostra Touring sul tavolo: mi sembra enorme e dobbiamo ancora rosicchiarne parecchia prima di arrivare alla Laguna.

Il giorno successivo avevo preventivato di arrivare a Sermide, sulla sponda destra dell’Oltrepò mantovano. Ma a questo punto mi sembra troppo vicina.
Vista la rapidità con cui ci siamo macinati i chilometri di oggi e dato che sembra che abbiamo finalmente trovato il ritmo giusto, cominciamo persino ad ipotizzare di poter raggiungere Venezia con un giorno di anticipo.
Ma dopo un rapido calcolo ci pare imprudente puntare ad allungare di colpo le tappe oltre i 120 km giornalieri, soprattutto perché le incognite sono il Delta e l’ultimo pezzo di strada, che sono su viabilità ordinaria e potrebbero presentare inconvenienti.
Andiamo a dormire con una nuova tabella di marcia completamente aperta. Invece che procedere rigidamente come i primi tre giorni, ci diamo una serie di waypoint ai quali puntare.
L’obiettivo a questo punto diventa conquistare più vantaggio possibile nei due giorni a seguire: quanto più riusciamo ad avvicinarci a Venezia entro il quinto giorno, tanto più potremo goderci la nostra permanenza in Laguna.

Sento per telefono Nicoletta, per darci appuntamento alle 7.30 del mattino dopo.
Ho appena il tempo di tirare le somme del viaggio fin qui e mi addormento. In mezzo ai campi si sentono solo i grilli e qualche cane lontano.

La sensazione che non mi abbandona dal primo giorno è che per quanto le giornate non siano fatte che di pedalare, attraversare paesaggi apparentemente monotoni, spesso in silenzio, non mi stia mancando nulla. Potrei quasi proseguire questo viaggio fino nell’Estremo Oriente, se il fisico e il tempo mi assecondassero.

In argine, vicino Guastalla.

Sull'argine, vicino Guastalla.

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Teniamo Zibello come destinazione di giornata, come previsto inizialmente, ma optiamo per tagliare le tre ampie anse che il Po disegna subito a monte e poi a valle di Piacenza.
Ci buttiamo sull’Emilia Pavese verso le 9 di mattina, c’è già afa.

Personalmente non mi sento in ordine, accuso la notte insonne fin da subito. Ma vuoi per senso di responsabilità verso il mio compagno d’avventura (il viaggio è un’idea mia, su cui ho molto insistito) vuoi per l’entusiasmo che comunque mi porto addosso, mi calo ben presto nel giusto stato d’animo.

Filiamo dritti fino a Piacenza con un ottimo ritmo, il traffico è modesto. Ci fermiamo in piazza Cavalli per una abbondante colazione (la locanda in cui abbiamo dormito non apriva il bar al sabato mattina) e ripartiamo nuovamente per l’argine. Il termometro di una farmacia segna già i 30° e non sono che le 10 di mattina.

In questo tratto la strada arginale è aperta solo ai residenti, ci facciamo oltre una ventina di chilometri senza stress, fino a Caorso. Il paesaggio qui non offre grandi spunti: il fiume è intensamente sfruttato da cave di ghiaia e centrali elettriche.
Scendiamo dall’argine e imbocchiamo una stradina di campagna che porta a San Pietro in Cerro, aiutati dalla segnaletica della ciclovia Destra Po, che contempla questa variante come scorciatoia “ufficiale” all’ansa di Castelvetro.

Per pranzo ci fermiamo in una trattoria subito fuori San Pietro, dove mi viene servito quello che è senza dubbio il miglior prosciutto e melone che ho mai mangiato in vita mia.
Visto il caldo decidiamo di rimanercene acquattati sotto il pergolato della trattoria per qualche ora. Mancano poco più di 30 km alla meta di giornata, non è necessario correre. Mentre stiamo lì ad oziare, facciamo comunella con degli anziani del posto, uno ci racconta di aver fatto Parma – Roma in bicicletta, in gioventù, e ci fa mille auguri.

A un tratto cambia la luce nel cielo, dall’appennino parmense scendono veloci nuvoloni temporaleschi. I vecchi ci dicono che sembrano nubi foriere di grandine e che non abbiamo più che un paio d’ore prima che attacchi a piovere – o peggio.
Non ci pensiamo due volte e ci mettiamo in sella.

Lungo l’Arda seguiamo una strada che porta il suggestivo nome di “panoramica dei ciliegi” ed effettivamente la campagna in quel punto è di rara bellezza, leggermente mossa dai depositi alluvionali del torrente, punteggiata da olmeti e alberi da frutto, i campi sono piccoli e curati. Niente a che vedere con le pioppete geometriche della bassa e gli appezzamenti infiniti, tutti a mais.

Un breve tratto in argine e arriviamo a Zibello, il contachilometri per oggi segna 72 km. La locanda è al primo piano di una casetta lungo l’argine stesso, non ci tocca nemmeno entrare in paese. Il proprietario e la sorella sono gentilissimi, con un adorabile accento emiliano.
Intanto il temporale non accenna a scaricarsi, le nuvole si dissolvono in una densa foschia alta, l’afa resta pesantissima almeno fino al tramonto.
Sistemiamo le borse, torniamo sull’argine una mezz’ora per fare qualche foto giù al fiume. Già che ci siamo facciamo un rapido giro per il paese, che ha una bella contrada settecentesca e un imponente broletto porticato.
Poi rientriamo in locanda, per farci una doccia e cambiarci per la sera.

Mentre poltrisco sul letto, Biagio mi chiama dal bagno esordendo con una delle sue frasi topiche: “Teo, c’è un grossissimo problema!”
In breve, nel pulirsi gli occhiali, un’astina si è staccata dalla montatura e una delle viti è precipitata nello scarico del lavandino.
Un intoppo del genere al sabato sera può diventare un grosso problema, in effetti, soprattutto se si pensa che il mio compare non porta lenti a contatto e dispone solo di quel paio di occhiali.
Constatata la perdita della vite, ci vengono incontro gli affabili proprietari della locanda, che con un po’ di cavetto metallico da orefice e un bel giro di nastro adesivo, rappezzano la montatura.
Da quella sera in poi, Biagio circolerà fino all’arrivo con un curioso groppo all’altezza della tempia destra. “Perché gli sia di monito” dice.
Risolto anche questo inghippo, è ora di buttarsi senza indugi in piazza per la serata.

É sabato e a Zibello c’è sagra, e si sta parlando della patria del culatello.
Prendiamo posto, mangiamo delle chicche al ragù e ci diamo dentro con culatello e lambrusco, che vien via per un euro al bicchiere. Trovo tutto buonissimo.
Sui tavolacci da fiera, quelli di tavole d’abete con le gambe pieghevoli, qualcuno ha disposto dei lumini alla citronella con dei piccoli centrotavola fatti di spighe di grano. Non posso fare a meno di pensare che altrove sarebbero tutti spariti entro la fine della serata: qui invece c’è una convivialità genuina, tutti si divertono senza egoismo.

Incontriamo il proprietario della locanda a spasso con la ragazza e gli amici, ci intruppiamo, facciamo il giro della sagra, fra le giostre, e poi ci godiamo i vecchi che ballano il liscio con l’orchestrina che suona davanti al municipio.
Ora tocca a Biagio manifestare stupore per come la gente qui sia cortese ed affabile. Ha ragione: un milanese spesso dimentica completamente la dimensione del vivere sociale; dentro di me penso che questo viaggio servirà senz’altro anche a ritrovare un po’ di semplicità.
Dal canto mio vorrei dire che in realtà è questo il genere di vita in cui mi sento più a mio agio, è la dimensione che sento più mia; ma tengo il pensiero per me.

Verso le 22 rinfresca, dalla collina cala un venticello leggero che concilia il sonno. Andiamo a dormire decisamente rinfrancati dalla giornata molto positiva e dalla lauta cena.

Sulla contrada di Zibello.

In riva al Po.

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Partiamo venerdì 3 luglio, con tutti i peggiori presupposti.
Dovevamo avviarci al mattino presto, ma uno stupido problema tecnico al portapacchi di una delle biciclette ci fa perdere ore preziose a trafficare in garage.

Quando finalmente riusciamo a metterci in strada, è quasi mezzogiorno: sole a picco, temperatura oltre i 30° e umidità atmosferica elevatissima. Per un attimo ho la tentazione di posticipare la partenza al mattino successivo.
Poi dopo un rapido conciliabolo decidiamo di rispettare la tabella di marcia e di portarci comunque a destinazione entro la giornata, forzando il passo, se necessario.
Imbocchiamo invece la ciclovia del Naviglio Pavese con un ritmo blando, siamo un po’ bloccati. Biagio, il mio compagno di viaggio, stenta a prendere confidenza con la bicicletta a pieno carico.
Io continuo ad almanaccare, domandandomi se questo atteggiamento da “costi quel che costi” già al primo giorno possa mai giovarci. E propendo per un cauto no.

Dopo pochi chilometri, si manifestano altri segni di un fato avverso. Una delle cinghie ferma carico si slaccia inspiegabilmente dal mio bagaglio e finisce triturata fra i pignoni della mia Bianchi, con la ruota che si blocca e conseguente numero da funambolo per restare in piedi.
Nessun danno al mezzo, sembra. Ripartiamo.
Verso Borgarello una vespa mi impatta sulla spalla e riesce a pungermi. Impreco. È mai possibile che questa evenienza non si sia mai verificata in anni che vado in bici, e capiti proprio oggi? E sì che dovrei essere anche allergico alle vespe!
Spremo un po’ di stick all’ammoniaca sulla puntura e stringo i denti. Il braccio si intorpidisce e duole, ma a fine giornata si sgonfierà.
Con Biagio proviamo a ricordare quel detto: “Com’è che fa?” “Di venere e di marte non ci si sposa e non si parte!” Ecco.

Arriviamo a Pavia prima delle 14, sostiamo nel parco del castello per uno spuntino. Biagio si è già fermato un paio di volte per regolare l’assetto della sua Olympia, qui ne approfitta per una sessione intensiva di messa a punto. Alza la sella, ne cambia l’inclinazione, ruota il manubrio. Dentro di me continuo a pensare che il mio compagno di viaggio deve aver decisamente sottovalutato quest’avventura.

Ci rimettiamo in strada: temperatura oltre i 33°. La bassa pavese va via piacevolmente fino a Belgioioso, attraversiamo solo cascine e paesini, ci teniamo scrupolosamente fuori dalle strade trafficate.
Per la prima volta in tutta la giornata sento la bici leggera e la gamba fluida.

Il paesaggio è sorprendente: Milano sembra già lontana anni luce. I paesi sono desolati, le case modeste, seppure antiche. Qua e là qualche palazzina in rovina ci ricorda come questi centri fossero già tutti infeudati al tempo dei Longobardi.
Il traffico è assente. Fra i campi incontriamo qualche raffineria di riso e poi l’impressionante complesso di silo del consorzio agricolo pavese.

Poco prima di Belgioioso la strada punta a nord, la lasciamo per un viottolo sterrato che passa fra i campi di grano trebbiati di fresco. Fra le stoppie c’è uno stormo di colombi, che becchettano i chicchi di grano sfuggiti al raccolto; si levano tutti in volo con un frullo d’ali e ci passano attorno.

Il caldo aumenta ancora, cerchiamo di contrastarlo bevendo molto e prendendo qualche pastiglia di Polase, ci fermiamo e ci cospargiamo di crema solare perché la pelle già si arrossa e dà segno di bruciarsi.
Un cartello ci ricorda che stiamo percorrendo la via Francigena, lungo il tracciato di Sigerico, quello più antico. È un’idea che mi conforta, per un po’ mi sento nuovamente alleggerito e ritrovo un po’ vigore.

A San Zenone al Po scavalchiamo la foce dell’Olona e saliamo per la prima volta sull’argine maestro del Po.
Po che attraversiamo a Pieve Porto Morone, sul ponte della SS 412 della Val Tidone, incolonnandoci cautamente in fila indiana e drizzando le orecchie ogni volta che un tir ci sorpassa a tutta velocità. La spalletta è in cattive condizioni e lo spazio è maledettamente ridotto.

Messe le ruote sulla sponda emiliana, prendiamo l’argine e affrontiamo gli ultimi 10 km. A questo punto io mi sento davvero stanco. L’acqua è finita e la strada è quasi tutta sterrata, inghiaiata pesantemente e piena di buche.

Alle 18.15 adocchiamo il castello e il campanile di Sarmato, provincia di Piacenza, posto che abbiamo scelto per la sosta.
In paese un cartello stradale indica Milano. Mi si affaccia in testa il pensiero che per coprire un tragitto di 45 minuti in auto ci abbiamo messo tutto il giorno e una fatica improba, mi sento stupido.

Ci sistemiamo in una locandaccia sulla via Emilia Pavese, dove ci danno uno stanzone con sette brande, affacciato sulla statale, caldissimo e senza zanzariere. C’è un piccolo ventilatore, ma cigola terribilmente a ogni oscillazione. Tra rumore, caldo e insetti, quella notte non riuscirò a chiudere occhio almeno fino alle 3.

Dopo cena usciamo per dare un’occhiata al castello, nel quale gironzoliamo lungamente. Quindi ci incontriamo nell’unico bar della piazza con una mia vecchia amica che abita da queste parti e che non vedo da qualche anno.
Le zanzare sono veramente aggressive e, complice la nostra stanchezza, non resistiamo che il tempo di una birra.
Per fortuna Paula ha un impegno a San Colombano di lì a poco, ci accomiatiamo e andiamo rapidamente a dormire.

Mentre mi rigiro insonne, accenno un bilancio della prima giornata: questi 83 km sono costati una fatica sproporzionata, la calura estiva non deve essere più sottovalutata. Anche l’approvvigionamento idrico va gestito con più attenzione.
Alla luce di tutte queste considerazioni, il giorno dopo decido di accorciare nettamente la tappa, modificando il percorso. Dopo la sfacchinata del primo giorno è meglio non forzare, se non vogliamo trovarci distrutti al momento di affrontare le ultime tratte del viaggio.

Primi chilometri sullargine, in sponda lombarda. 34° allombra ma gamba ancora fluida.

Sull'argine lombardo, poco dopo San Zenone al Po.

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