pioggia

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Carichiamo per l’ultima volta le bici, non sono nemmeno le 8.
Il cielo è coperto e l’aria è decisamente fresca. Usciamo da Loreo seguendo il canale, raggiungiamo l’Adige. Lo attraversiamo, attacca a piovere, nuvole scure sbarrano l’orizzonte a ovest.

Seguiamo un tratto dell’idrovia Po – Brondolo, paralleli alla Romea. Il fronte del temporale cambia improvvisamente direzione e ci punta dritti addosso.

Dopo qualche minuto intensifica, tanto che a un certo punto le gocce di pioggia picchiano davvero forte. Biagio davanti a me esclama: “Comincio a vedere qualcosa che rimbalza per terra!”.
Guardo l’asfalto, capisco cosa vuol dire: è grandine. I chicchi restano per fortuna piccoli, e non dura che due minuti.

Pedaliamo fino al Brenta, che anticamente si impaludava a sud della laguna di Venezia e ora è canalizzato per scaricare in mare.
Appena lo attraversiamo si leva il vento e in un attimo esce il sole.
Arriviamo a Chioggia che fa già caldo, sono passati meno di venti minuti dalla fine del temporale.

Passiamo attraverso i fornici delle mura di Chioggia e costeggiamo un tratto del porto-canale. Siamo sul mare, è quasi fatta!

All’imbarco per Pellestrina ci tocca aspettare quasi un’ora, quando saliamo sul vaporetto constatiamo che il trasporto di bici per nave da queste parti è molto comune, siamo almeno cinque ciclisti a salire sulla stessa corsa.
Sbarchiamo a Pellestrina dopo aver costeggiato il tratto più spettacolare dei Murazzi. Davanti all’attracco ci leviamo di dosso le maglie pesanti e ci prepariamo all’ultimo tratto pedalabile.

Percorriamo il lido di Pellestrina fino alla bocca di Malamocco, a sinistra la Laguna e a destra l’Adriatico.
Il cielo si apre rapidamente, soffia vento dal mare e spazza via le nuvole. Presto ci si presenta uno spettacolo eccezionale: la vista spazia dai colli Euganei all’arco alpino, l’orizzonte è orlato di nuvolette bianche, la striscia argentea della Laguna riflette in lontananza gli alberi che bordano le valli lungo l’entroterra.
Nel giro di mezz’ora il sole si fa ancora più alto e la Laguna cambia colore in un verde smeraldo intenso, sembra di volare fra cielo e mare.

Saliamo sul traghetto di punta Alberoni, intraprendiamo l’ultimo tratto di lido tenendoci verso l’interno della Laguna.
Andiamo a tutta, al contrario di quello che ci eravamo ripromessi. La situazione è talmente esaltante che le gambe girano da sole.
Ancora qualche colpo di pedale, arriviamo all’attracco del Lido di Venezia.

Qui con meraviglia ci fanno storie per il trasporto delle biciclette fino a Venezia città. Con un po’ di pazienza troviamo un comandante di vaporetto che, a sua discrezione ci fa imbarcare.
Questa volta l’operazione di imbarco va fatta con prudenza: i vaporetti della linea Lido – Piazzale Roma sono molto più piccoli e il bacino del Lido è trafficato, con le onde più grosse la barca rolla e beccheggia, allontanandosi dalla banchina anche di mezzo metro.
L’ultima cosa che voglio è che il viaggio si concluda con la mia Bianchi sul fondale della Laguna.

Saliamo a bordo. Mancano pochi istanti. Butto un occhio all’odometro: siamo a 460 km.
Prendiamo terra sull’isola di Sant’Elena: è il momento che aspettiamo da sei giorni.
Io e Biagio ci guardiamo seri e ci stringiamo la mano.
Venezia. Ce l’abbiamo fatta!

Fermiamo una coppia di turisti americani, che ci scattano la foto di rito col pollice in su. Quindi in uno stato di euforia crescente ci muoviamo alla volta di casa di mia sorella, che ci aspetta.

Ai giardini della Biennale rimontiamo in sella e cominciamo a pedalare, assaporando la singolare sensazione di essere qui, a Venezia. In bici e arrivando solo con la forza nei nostri muscoli, mettendoci il tempo necessario.
Niente treni, reti stradali ad alto scorrimento, mezzi di trasporto semoventi, orari, compagnie di trasporti. Solo un fiume per tracciare la rotta e un velocipede per seguirla.

Biagio qualche metro avanti a me imbocca via Garibaldi agitando il caschetto in aria come un cowboy agita il cappello in un rodeo.
Attraversiamo il ponte della Tana, quindi con fatica ci issiamo sulla campata lignea del ponte dell’Arsenale.

Arriviamo in campo Bandiera e Moro, o della Bragora, nello stesso momento in cui mia sorella Federica sta rientrando a casa. Ci incontriamo così, per strada.
Le corro incontro tutto allegro, per un attimo lei mi guarda confusa e mi passa come un lampo per la testa l’intuizione che dobbiamo sembrare veramente una strana apparizione, così vestiti e con le biciclette a mano.
Prima di entrare in casa, andiamo a farci un’ultima foto all’angolo con calle della Morte, un ramo cieco che si diparte dal campo accanto a casa.
Per via del nome, avevamo scherzosamente scelto questa come meta simbolica del nostro viaggio: appuntamento a calle della Morte, avevamo detto agli amici prima di partire.

Appoggiamo le biciclette in casa, dietro la porta d’ingresso.
Mia sorella ci versa due generosi bicchieri di vino bianco sfuso, preso al bàcaro, come si usa a Venezia.

Ci riportiamo a riposare ancora qualche minuto sulle panchine della Bragora, per goderci il sole pieno del pomeriggio.

Mentre i bambini sul campo giocano a nascondino, mi prende un lieve torpore. Socchiudo gli occhi e mi scorre davanti tutto il viaggio in un istante.
Mi sembra quasi di sognare.

Missione compiuta!

Missione compiuta!

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Apro gli occhi con due minuti d’anticipo sulla sveglia, mi sento ottimamente riposato. Quando spalanco le persiane noto però con disappunto che il cielo è coperto. Sento l’aria carica d’umidità.

Vado in bagno e lì mi faccio una misura di quanto umido sia l’ambiente: sul lavandino saltella placidamente una rana!
Sorrido, scatto una foto alla piccola ospite e poi la depongo fuori, fra le sassifraghe ai bordi dell’aia.

Guardo l’orologio, Nicoletta arriverà a momenti e sono impaziente di vederla.
Eccola sulla sua macchinetta nera che percorre il vialetto. Ci abbracciamo ridendo, erano sette anni che non ci incontravamo.

Il tempo di lasciar preparare anche Biagio e ci sediamo a far colazione, che questa mattina comprende persino qualche affettato.
Chiacchierando amabilmente non ci accorgiamo che passa quasi un’ora e mezza e la nostra partenza al mattino presto sfuma, tanto più che poco prima delle 9 attacca a piovere.

Saluto la mia amica e ci prepariamo a rimetterci in marcia. Ma la pioggia si intensifica. Aspettiamo che spiova, chiediamo un parere sul meteo al proprietario dell’agriturismo.
Alla fine decidiamo di muoverci, nonostante la pioggerellina tramutatasi in temporale. Ci copriamo con le mantelline, ridisponiamo il bagaglio in assetto anti-pioggia.

Scegliamo di puntare dritti sul Po al confine tra mantovano e ferrarese, tagliando di fatto tutta l’ansa in territorio lombardo.
Siamo determinati, ci è chiaro che oggi è sostanzialmente il giorno in cui ci giochiamo il viaggio. Se oggi riusciamo a guadagnare un bel margine, Venezia si avvicina enormemente e possiamo farcela senza ansie.

Così ci lanciamo sulla strada per Moglia e l’argine del Secchia, fra camionette che sollevano nuvole d’acqua e sotto la pioggia battente.
Imponiamo subito un ritmo elevato (oggi si rivelerà essere la tappa con la media oraria più alta, contro ogni previsione) e ci diamo i cambi con regolarità.
La strada è larga e trafficata, scendendo dai numerosi cavalcavia continuiamo a pedalare come invasati, tocchiamo di frequente punte vicine ai 50 km/h.
Mi prende uno stato di esaltazione profonda, credo sia vera e propria trance agonistica. A un certo punto mi sento persino suonare in testa il ritornello di una qualche canzone tamarra degli anni ’80. È una condizione mentale talmente demenziale che scoppio a ridere da solo.

Usciamo da questa lavatrice impazzita solo un’ora e mezza dopo, verso San Giacomo delle Segnate. Tenendo duro sulla statale 496 siamo già arrivati a buon punto.

Entriamo nelle terre di Matilde di Canossa.

Dopo un altro tratto ci imbattiamo in un complesso agricolo stupefacente. La cartina qui riporta la località Arrigona. Ma non si tratta di un paese, bensì di un’unica azienda agricola di dimensioni enormi, larga quanto un paese.

Al centro c’è un palazzo seicentesco intonacato di giallo, con ai lati diverse corti coloniche, l’aia è grande quanto un campo, tanto che ci cresce il granturco. Alle ali del complesso sorgono due cappelle barocche, speculari. Poi ancora oltre stalle e fienili.
Ed è tutto abbandonato!
Di posti sorprendenti qui nella bassa ne incontriamo parecchi, molti accomunati dall’incuria e dall’abbandono. Ma di tutti questo è il più incredibile.

Pedaliamo fino a Poggio Rusco, la pioggerellina si è fatta fine. Ad un incrocio sostiamo un attimo per mangiare qualche barretta energetica e fare il punto. Stiamo filando talmente spediti che decidiamo euforicamente di puntare su Ferrara, ormai a meno di 50 km da noi.
Entriamo nel ferrarese e la campagna cambia improvvisamente faccia. Si moltiplicano i canali, le strade seguono percorsi perfettamente rettilinei per chilometri e chilometri: stiamo attraversando terre di bonifica.

I paesi sono solcati da stradoni ampi, orlati da file di villette anonime anni ’50. Tutto il contrario dei centri della bassa pavese, ad esempio, dove la strada si incunea nelle stradine strette dei paesi, di chiaro impianto medievale.
Su un canale adocchiamo per la prima volta un trabucco da pesca, segno che le valli, regno di anguille e pesci gatto, sono ormai vicine.

Sono circa le 13 quando arriviamo a Bondeno. Il sole ha bucato le nuvole e scalda parecchio, ma l’umidità resta alta e noi, vuoi causa pioggia vuoi causa sudore, siamo ancora fradici.
Non accenniamo ad uscire dalla trance della mattinata, Biagio si fionda in un supermercato e ne esce dopo poco con cibo per quattro persone.
Ci accampiamo come due zingari nel parchetto del paese, stendiamo i nostri panni al sole sulla ringhiera di una fontana spenta e mangiamo con le mani direttamente dal sacchetto di plastica, raccogliendo diverse occhiate severe dai passanti.

Finito il fiero pasto, ci riacconciamo alla buona e ci spostiamo sulla piazza principale di Bondeno. È lì che colgo in pieno l’aria da vecchia provincia che si respira da queste parti. È come se tutto rallentasse di punto in bianco.
Ci sediamo al tavolino di un caffè dall’arredo meravigliosamente anni ’30, dentro è tutto in penombra, ci sono le serrande parzialmente chiuse, c’è un grande bancone con le specchiere e una saletta da tè con dei grandi divani verdi, in pelle trapuntata.
Passo un paio d’ore senza fare nulla, Biagio intanto si attacca al telefono e cerca di risolvere un problema di lavoro che si è manifestato da Milano.
La piazza viene attraversata un paio di volte una procace bionda con una canotta a righe orizzontali bianche e blu, e una gonnellina vaporosa, gli uomini si voltano a guardarla lungamente. In un cantone c’è un piccolo cinema con le insegne rosse “Teatro Odeon”. La luce lattiginosa del pomeriggio sbiadisce tutto come in una cartolina ingiallita dal tempo.

Ripartiamo nuovamente seguendo la direttissima Bondeno – Ferrara, una splendida pista ciclabile in sede propria che porta in meno di 20 km fino al capoluogo.
Poco avanti, sul ponte che scavalca le canalizzazioni del Reno, dei ragazzini si tuffano in acqua, in mutande, assicurandosi a una fune legata ai piloni.

A un tratto si verifica l’episodio più incredibile della giornata. Siamo in mezzo ai campi, lungo un canale, di case nemmeno l’ombra. In mezzo alla pista ciclabile si materializza un pavone.
Penso alla scena di Amarcord col pavone sulla neve e sto lì a guardarlo, mentre Biagio mi fa una foto.

Ci vuol poco per arrivare a Ferrara. Cerchiamo un alberghetto in cui Biagio era già stato tempo fa, ma lo troviamo chiuso. All’ufficio turistico ci consigliano rapidamente e bene di provare con la locanda degli Artisti.
La scelta è azzeccata. Il proprietario è un vecchio signore dai modi cordiali, ci fa un paio di domande sul nostro viaggio e sentenzia allegramente: “Le capisco ‘ste cose, una volta le facevo anch’io”
Ci dà una stanza all’ultimo piano, da come è arredata è chiara la precedente vocazione della struttura: ci sono solo lavandino e bidet, con tutta probabilità era un bordello.
Comunque sia, la vista da lassù è spettacolare, il posto è pulito e tranquillo.

Ci facciamo consigliare per la cena e usciamo a far due passi per la città, che è splendida, dolce e sonnacchiosa.
La fama di Ferrara come “città delle bici” è tutt’altro che immotivata. In tutto il centro non si vedono che persone in bicicletta, stando al castello conto sì e no quattro automobili in mezz’ora.

Io e il mio compagno di viaggio siamo molto soddisfatti, oggi la media è stata strepitosa nonostante la pioggia, siamo andati 20 km buoni oltre la più avanzata delle mete che avevamo individuato la sera prima e Venezia è a solo due giorni e meno di 150 km da noi.

Brindiamo con una bella birra e andiamo a cenare da Settimo, ottimo postaccio dalle porzioni robuste e prezzi modici.

La notte dormiamo entrambi benissimo, immersi in una quiete insospettabile, per una città, e cullati da un leggero venticello di levante.

In azione vicino a Ferrara

In azione vicino a Ferrara

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