Stanotte ho dormito malissimo, ancora. Poi a ridosso dell’alba sono crollato e ho sognato.
Ho sognato un paese invaso di gatti, canali spiraleggianti con l’acqua che scorre in salita, macchine del tempo, ingranaggi arrugginiti, torri antiche ed incroci.
Faccio sempre così, quando le cose stanno per cambiare. La testa mi si vela di immagini e sento la terra mancarmi sotto i piedi.
Come una vertigine.
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Attraverso la campagna innevata, nel cuore della notte.
Una bruma densa galleggia a un metro da terra, io ci scivolo sotto, come fosse un gelido lenzuolo.
Campanili ed alberi coperti di brina sfilano via, in un reticolo di ombre e luci pallide. Vorrei fermarmi e farmi inzuppare da questa tetra bellezza, spalancare la bocca ed annegare nell’aria spessa di questa notte d’inverno.
Ma l’urgenza del sonno è forte, ed ancora di più – anche se nel turbinare della nebbia non me ne accorgo – dev’esserlo la pulsione lasciare in ordine il mondo. Aderisco all’inconscia norma che mi vuole nel mio letto al termine della notte, sotto al mio tetto. A casa, come un uomo che si rispetti.
Così spingo la mia macchina alla massima velocità possibile, con foga, per non darmi modo di indugiare. Mi butto nelle curve furiosamente, faccio urlare il motore.
Mi ritrovo in città quasi d’improvviso, e lì abbasso il ritmo, mi presto alla tortura degli incroci. Cala la tensione e il sonno mi vince presto.
Cado nel letto alle 4 del mattino, mentre fuori i merli già intrecciano i loro canti, aspettando l’alba lontana di domani. E sogno te.
Sogno un passerotto saltellare sulla mia scrivania, mentre lavoro. Tiene nel becco un seme di limone.
È una presenza inattesa, mi sorprende, mi riempie di meraviglia. Capisco che è una femminuccia, ha le piume chiare, il becco grigio, gli occhi curiosi e timidi.
Io la invito a salire sul mio dito, con un gesto abbozzato. Lei accetta, e con un frullo d’ali posa le zampette sottili sul mio indice. Le accarezzo le penne della coda e il petto.
Lei mangia il seme di limone e mi fissa con un occhio solo. Un’altra carezza sulla testa, vola via.
Io precipito di nuovo nel mio sonno, dormo fino a giorno inoltrato, nella stanza che io stesso, la sera prima, ho lasciato gelida; per meglio godermi il tepore delle coperte.
Al mio risveglio capisco di averti sognata. Non potevi che essere tu, ad avermi fatto visita nel sonno. Troppo grande il mio stupore, di fronte a quella piccola creatura, perché non fossi tu. Troppo leggero quello scambio, perché non fosse uno dei nostri dialoghi. Troppo lampante l’immagine del seme di limone, perché non fosse il tuo Sud, il nostro sole, i nostri sapori.
Mi verso il caffè. È domenica, posso fare le cose con calma. C’è anche la torta fatta in casa. Sono un uomo fortunato, la felicità è un oggetto tangibile: sta nel mio piatto adesso. Non è un seme di limone, ma una fetta di torta di mele.
Fuori c’è nebbia, che confonde i contorni dei tetti e mescola i pensieri. Non ho capito perché ti ho sognato volare via.
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