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Partiamo venerdì 3 luglio, con tutti i peggiori presupposti.
Dovevamo avviarci al mattino presto, ma uno stupido problema tecnico al portapacchi di una delle biciclette ci fa perdere ore preziose a trafficare in garage.

Quando finalmente riusciamo a metterci in strada, è quasi mezzogiorno: sole a picco, temperatura oltre i 30° e umidità atmosferica elevatissima. Per un attimo ho la tentazione di posticipare la partenza al mattino successivo.
Poi dopo un rapido conciliabolo decidiamo di rispettare la tabella di marcia e di portarci comunque a destinazione entro la giornata, forzando il passo, se necessario.
Imbocchiamo invece la ciclovia del Naviglio Pavese con un ritmo blando, siamo un po’ bloccati. Biagio, il mio compagno di viaggio, stenta a prendere confidenza con la bicicletta a pieno carico.
Io continuo ad almanaccare, domandandomi se questo atteggiamento da “costi quel che costi” già al primo giorno possa mai giovarci. E propendo per un cauto no.

Dopo pochi chilometri, si manifestano altri segni di un fato avverso. Una delle cinghie ferma carico si slaccia inspiegabilmente dal mio bagaglio e finisce triturata fra i pignoni della mia Bianchi, con la ruota che si blocca e conseguente numero da funambolo per restare in piedi.
Nessun danno al mezzo, sembra. Ripartiamo.
Verso Borgarello una vespa mi impatta sulla spalla e riesce a pungermi. Impreco. È mai possibile che questa evenienza non si sia mai verificata in anni che vado in bici, e capiti proprio oggi? E sì che dovrei essere anche allergico alle vespe!
Spremo un po’ di stick all’ammoniaca sulla puntura e stringo i denti. Il braccio si intorpidisce e duole, ma a fine giornata si sgonfierà.
Con Biagio proviamo a ricordare quel detto: “Com’è che fa?” “Di venere e di marte non ci si sposa e non si parte!” Ecco.

Arriviamo a Pavia prima delle 14, sostiamo nel parco del castello per uno spuntino. Biagio si è già fermato un paio di volte per regolare l’assetto della sua Olympia, qui ne approfitta per una sessione intensiva di messa a punto. Alza la sella, ne cambia l’inclinazione, ruota il manubrio. Dentro di me continuo a pensare che il mio compagno di viaggio deve aver decisamente sottovalutato quest’avventura.

Ci rimettiamo in strada: temperatura oltre i 33°. La bassa pavese va via piacevolmente fino a Belgioioso, attraversiamo solo cascine e paesini, ci teniamo scrupolosamente fuori dalle strade trafficate.
Per la prima volta in tutta la giornata sento la bici leggera e la gamba fluida.

Il paesaggio è sorprendente: Milano sembra già lontana anni luce. I paesi sono desolati, le case modeste, seppure antiche. Qua e là qualche palazzina in rovina ci ricorda come questi centri fossero già tutti infeudati al tempo dei Longobardi.
Il traffico è assente. Fra i campi incontriamo qualche raffineria di riso e poi l’impressionante complesso di silo del consorzio agricolo pavese.

Poco prima di Belgioioso la strada punta a nord, la lasciamo per un viottolo sterrato che passa fra i campi di grano trebbiati di fresco. Fra le stoppie c’è uno stormo di colombi, che becchettano i chicchi di grano sfuggiti al raccolto; si levano tutti in volo con un frullo d’ali e ci passano attorno.

Il caldo aumenta ancora, cerchiamo di contrastarlo bevendo molto e prendendo qualche pastiglia di Polase, ci fermiamo e ci cospargiamo di crema solare perché la pelle già si arrossa e dà segno di bruciarsi.
Un cartello ci ricorda che stiamo percorrendo la via Francigena, lungo il tracciato di Sigerico, quello più antico. È un’idea che mi conforta, per un po’ mi sento nuovamente alleggerito e ritrovo un po’ vigore.

A San Zenone al Po scavalchiamo la foce dell’Olona e saliamo per la prima volta sull’argine maestro del Po.
Po che attraversiamo a Pieve Porto Morone, sul ponte della SS 412 della Val Tidone, incolonnandoci cautamente in fila indiana e drizzando le orecchie ogni volta che un tir ci sorpassa a tutta velocità. La spalletta è in cattive condizioni e lo spazio è maledettamente ridotto.

Messe le ruote sulla sponda emiliana, prendiamo l’argine e affrontiamo gli ultimi 10 km. A questo punto io mi sento davvero stanco. L’acqua è finita e la strada è quasi tutta sterrata, inghiaiata pesantemente e piena di buche.

Alle 18.15 adocchiamo il castello e il campanile di Sarmato, provincia di Piacenza, posto che abbiamo scelto per la sosta.
In paese un cartello stradale indica Milano. Mi si affaccia in testa il pensiero che per coprire un tragitto di 45 minuti in auto ci abbiamo messo tutto il giorno e una fatica improba, mi sento stupido.

Ci sistemiamo in una locandaccia sulla via Emilia Pavese, dove ci danno uno stanzone con sette brande, affacciato sulla statale, caldissimo e senza zanzariere. C’è un piccolo ventilatore, ma cigola terribilmente a ogni oscillazione. Tra rumore, caldo e insetti, quella notte non riuscirò a chiudere occhio almeno fino alle 3.

Dopo cena usciamo per dare un’occhiata al castello, nel quale gironzoliamo lungamente. Quindi ci incontriamo nell’unico bar della piazza con una mia vecchia amica che abita da queste parti e che non vedo da qualche anno.
Le zanzare sono veramente aggressive e, complice la nostra stanchezza, non resistiamo che il tempo di una birra.
Per fortuna Paula ha un impegno a San Colombano di lì a poco, ci accomiatiamo e andiamo rapidamente a dormire.

Mentre mi rigiro insonne, accenno un bilancio della prima giornata: questi 83 km sono costati una fatica sproporzionata, la calura estiva non deve essere più sottovalutata. Anche l’approvvigionamento idrico va gestito con più attenzione.
Alla luce di tutte queste considerazioni, il giorno dopo decido di accorciare nettamente la tappa, modificando il percorso. Dopo la sfacchinata del primo giorno è meglio non forzare, se non vogliamo trovarci distrutti al momento di affrontare le ultime tratte del viaggio.

Primi chilometri sullargine, in sponda lombarda. 34° allombra ma gamba ancora fluida.

Sull'argine lombardo, poco dopo San Zenone al Po.

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Mangiare un’arancia non è ciò che definirei una scienza esatta.
Però, grossomodo, per me funziona così: si taglia la scorza sulla sommità del frutto, quella che circonda il picciòlo, poi con qualche incisione longitudinale, come fossero dei meridiani su un mappamondo, ci si aiuta a rimuovere la buccia.
Dopo di che, si separano gli spicchi e si può cominciare a godersi l’arancia. Stando ovviamente attenti a non ingoiare i semini.
I semini, i semi dell’arancia.

Già, ma dove sono finiti?

Il pensiero mi ribolle in testa da qualche settimana. Ma stasera il dubbio mi esplode in tutta la sua completezza, mentre maneggio lo spremiagrumi. Lo spremiagrumi giallo che utilizzo da vent’anni.
Io lo ricordo pieno di semini, al termine di ogni spremitura.
Socchiudo gli occhi. Ripenso alle ultime 20 arance che ho mangiato. Niente semi, no.

Nei mandarini che mi hanno mandato gli amici dalla Calabria, qualche seme c’era. Nei limoni, semi ce ne sono – sono sicuro, finiscono sempre nel bicchiere, se tento di farmi un po’ d’acqua e limone.
Ma nelle arance, non ne ricordo proprio.
Eppure, non ho dubbi che in origine ve ne fossero: a che servirebbe altrimenti, all’albero, l’arancia? Dunque mi pare scontato che i semi siano, per il frutto, elemento immancabile. Ma d’altronde, è innegabile che è da molto che non ne trovo.

Mi coglie prima il dubbio di aver immaginato tutto. Poi mi scateno ad almanaccare sul quando possa essere avvenuta la scomparsa dei semini dai miei agrumi preferiti. Che io fossi distratto, il giorno in cui ho cominciato a nutrirmi di arance senza semi?

È sempre così che vanno le cose? Non ci accorgiamo mai di come lasciamo le cose sul campo del tempo che passa?
Temo che non verrò mai a capo di questo paradosso: se osservo le cose cambiare, non mi accorgo quasi del cambiamento; pure, se non le osservo, il mutamento come forma di discontinuità mi riempie di irrequietezza, poiché non riesco a conoscerlo.

Non so se questa povera implementazione del principio di indeterminazione, abbia a che fare col senso di vuoto che accompagna il mio presente. Ma so di certo che non riesco a vedere il presente – ed il futuro, per quel poco che posso provare a disegnarlo – in altri termini che di una perdita.

Io ricordo le arance piene di semi, le spremute aspre, i merli in giardino che annunciavano l’avvicinarsi della primavera.
Ricordo l’odore dei mattoni, alla fine dell’inverno, uscire dalle bocche di lupo, e le case che cedevano la loro umidità all’aria quando le giornate tornavano a scaldarsi: per strada la città mi pareva sgranchirsi, ed i vecchi palazzi vivere nei loro tempi impercettibili.
Ricordo che eravamo bambini magri e curiosi, con le scapole segnate sotto la pelle e l’ingenuità negli occhi.
Ricordo che ogni tanto, nel cartone delle uova, se ne trovava qualcuno di un bianco candido, ed a volte qualche piuma di gallina restava nella confezione.
Ricordo il mercatino degli animali in piazza Duomo e ricordo il gorgogliare delle acque del naviglio salire dai tombini davanti all’Università Statale.
Ricordo che i taxi erano gialli e che nelle vie dove passava il tram, tutto era coperto da una lieve patina rugginosa.

Settimana scorsa sono stato al centro commerciale, a fare acquisti. I bambini che ho visto, mi son parsi tutti grassocci e dallo sguardo malizioso o sciocco.
Quest’inverno, l’ultimo albero rimasto nel mio cortile, si è schiantato sotto il peso della neve, e temo che a primavera non caccerà più i germogli.
Mi sono assuefatto all’odore della città e non riesco più a distinguerlo.

E poi oggi, in ufficio, ho tenuto una lezioncina di 3 minuti sul perché i taxi a Milano son tutti bianchi, quando una volta erano gialli.
Da un fatto modesto ho tratto una lezione brillante: quando sai qualcosa, tientelo per te. A parlarne in giro potresti sembrar buffo.

Eppure solo così, spiegandolo, il mondo mi sembra di una gran semplicità. Ma, ogni tanto, ho il sospetto di non semplificarlo abbastanza.

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