Va bene, cominciamo.
Milano, settembre 2008. In questa manciata di giorni aggrappata al bordo dell’estate, si è reso evidente che i tempi trascorsi si avviano alla fine.
Due settimane fa ho lasciato la micia sul tavolo della clinica, col cuore stroncato dalla siringa dell’eutanasia. Le ho chiuso gli occhi dopo vent’anni, e l’ho lasciata lì.
Zio è calato nella tomba ieri. Per un buon quarto di secolo mi ha accompagnato coi suoi sbuffi, i suoi grappini, le sigarette Rothmans nella scatoletta di latta, e la superba abilità da bricoleur che solo un ingegnere di prima classe può avere. Ha finito di lanciare le sue fioritissime bestemmie e di amare il suo barbecue marca Weber e la bagna càuda. E mi mancherà
E mi assilla pensare che anche Cesarina presto non ci sarà più. Dopo 95 anni ha stabilito di averne viste abbastanza. Non mangia più e aspetta che la morte se la prenda.
Io ci avevo persino scherzato su, l’ultima volta che l’ho vista: una sua omonima, ma del paese vicino, era mancata qualche giorno prima e i manifestini mortuari sulla strada avevano tratto in inganno più d’un paesano. Lei aveva fatto motto con la sua solita voce di ragazzina. Mi domando se quando il mio prozio Hermann la ritrasse, bambina, con le sue pecore al pascolo, avesse una voce ancora più squillante.
Quando Cesarina non ci sarà più, l’ultimo legame col paese della mia infanzia sarà reciso. La sua antica magia, la millenaria forza del borgo appoggiato sullo sperone di roccia, sarà scappata via.
Quest’anno, per la prima volta, ho avvertito il bisogno di scappare anch’io, di lasciar perdere. Casa è diventata invivibile.
Sono tornato a Milano. Forse credendo di dover lavorare. Forse per lavorare. Si è fatto tutto piuttosto nebuloso, invece. Di svolte immediate, non se ne vedono. Il lavoro è il solito. Le settimane, lente, mezze vuote, passano aspettando cadenze diverse da questa.
Sono qui da una settimana abbondante, e non ho incontrato che uno solo dei miei sodali più cari. È come se non ci fossi. Non riesco a riagganciare la città.
Giovedì scorso (sei giorni già passati!) ho ripercorso a ritroso il naviglio, in bicicletta, fino ad Arona. Incomprensibilmente, l’intero tragitto mi ha lasciato totalmente insensibile. E sì che io, ingenuo come sono, solitamente mi lascio sempre toccare da esperienze di questo genere.
Per cento chilometri non ho fatto altro che rimuginare su quanto sia più dolce scendere lungo la corrente, piuttosto che risalirla. Io! Non mi riconoscevo quasi.
Dunque sono in città. Solitamente di fronte a momenti di transizione come questi, sono uso a buttarmi a capofitto nel redarre piani d’azione per i giorni a venire. Ottima cura per situazioni in cui molte cose finiscono e si deve in qualche modo ricominciare.
Ma questa volta ho come la sensazione che il piano debba contemplare un margine temporale troppo ampio, diciamo pluriennale, e che le mie energie non bastino.
Questa estate quasi passata, piena di pioggia e trascorsa quasi sempre in sella, mi ha insegnato a sopportare la fatica e tener duro per quantitativi di tempo che non credevo possibili. Ma di certo non mi ha regalato un karma nuovo di pacca e la forza di caricarmi tutto sulle spalle.
La grande checklist primaverile, l’ho strappata dal muro e buttata via. Qualcosa ancora è da fare, ma non voglio ricordarmene.
So che adesso è davvero venuto il momento di stringere: devo arrivare ad organizzare una mostra. Devo. Il mio lavoro, l’opera, me lo chiede.
Inversamente, il mio karma mi chiede di trovare un lavoro.
E similmente è richiesto formalizzare la situazione con tutti i garbugli lasciati in piedi da luglio.
Qualche lavoro da cui smarcarmi e qualche iniziativa lasciata a metà.
Così oggi, con la trascurata disattenzione che il web 2.0 impone all’utente estemporaneo, ho provato a muovere qualche passo verso la fondazione della tanto favoleggiata associazione di ex-alunni.
Ed allora eccolo, folgorante, il pensiero: sono un uomo senza qualità. Fondo persino associazioni!
È la prova provata! Rimugino, non agisco, fondo associazioni!
Tutti i miei interessi, tutte le mie passioni futili. Il mio costume di vivisezionare le cose. Il mio istinto a fagocitare il cibo. L’ostinazione a mantenere i sentimenti sulla scala degli anni e gli stati d’animo su quella – almeno! – dei mesi. L’apatia dell’impossibilità di provar noia.
Sono fatto così. Per fortuna non mi chiamo Ullrich.
