Mi sveglio col sole in faccia, ancora basso sull’orizzonte.
La sensazione di ristoro che provo stamattina è incredibile, sento ogni muscolo perfettamente disteso.
In qualche decina di minuti siamo già in ordine di marcia.
Dalle mura di Ferrara cerchiamo la ciclabile che porta al Po, ci accodiamo a due signori con le bici da corsa, che escono per il giretto mattutino.
Mezz’ora dopo saliamo sull’argine. La mattinata scorre lenta, basta guardare la cartina per notare quanto poco popolata sia la bassa ferrarese. A volte passano anche venti minuti prima di scorgere una casa o il successivo paese all’orizzonte.
In questo tratto il fiume è molto largo, con il greto sabbioso che si estende per decine di metri prima di risalire all’argine. È un paesaggio austero e grandioso.
Se non altro incontriamo diversi plotoni di ciclisti molto agguerriti che provengono dalla direzione contraria alla nostra, cosa che ci fa ben sperare per il fondo stradale.
Con disappunto le sensazioni positive del risveglio si dissolvono rapidamente, mi tocca constatare che mi sento stranamente imballato. E’ possibile che la tirata di ieri sia costata più di quanto mi paresse all’arrivo a Ferrara. Mi fermo un paio di volte per fare stretching: i muscoli che accusano di più sono i glutei.
Andiamo avanti tutto il giorno a barrette energetiche, non essendoci paesi lungo la strada non si può fare altrimenti.
Il cielo è coperto, tutto intorno ballano nuvoloni di temporale. Passiamo per il paesino di Berra e scendiamo dall’argine per chiedere informazioni: ricordo di aver letto, prima di partire, che una volta qui c’era un traghetto che collegava alla sponda polesana.
I vecchi in piazza ci dicono che il servizio è stato soppresso da qualche anno, l’unico modo di attraversare è inoltrarsi nel delta e scavalcare il ramo del Po di Goro prima, quindi quello del Po di Venezia.
Po di Venezia, dicono: è segno che ci siamo quasi.
La scenetta per altro si svolge in maniera divertente: dopo aver chiesto al primo passante, nel giro di qualche istante si è raccolta intorno a noi una mezza dozzina di persone, ognuna con la propria idea per il nostro itinerario. Nonostante il chiacchiericcio ne emergo comunque con le idee abbastanza chiare.
Dopo poco un cartello annuncia la “Porta del Delta”. Siamo entrati nelle terre basse.
Attraversiamo il Po di Goro tra Ariano Ferrarese e Ariano Polesine, dove ci fermiamo per uno spuntino a base di piadina e gelato. Lì decidiamo anche la meta di giornata: Loreo, che a prima vista mi sembra il giusto compromesso.
Le nuvole si addensano, chiedo alla camerierina del bar tra quanto, secondo lei, si scatenerà il temporale: “Mezzora!” dice con una risatina divertita e il suo accento già pienamente veneto.
Via in sella allora! Biagio mette il telo impermeabile sulle borse e teniamo le mantelline a portata di mano.
A questo punto le uniche opzioni che abbiamo per attraversare il Po di Venezia sono il ponte della Romea (che tutti ci sconsigliano, visto il traffico impazzito) o il ponte della statale Transpolesana.
Optiamo per quest’ultimo, ma non ci va tanto meglio.
Intanto il temporale incombe e si alza un fastidioso vento. Anche dandoci i cambi e restando in scia il più possibile, fatichiamo a stare ai 20 km/h.
Quando arriviamo al ponte, lo scenario non appare rassicurante. Un cartello indica che la campata è lunga più di 1200 metri e il traffico è sostenuto, principalmente composto da mezzi pesanti.
Ci fermiamo un attimo prima di attaccare alla salita. Dico a Biagio: “Vediamo di far durare questa cosa il meno possibile”
Andiamo. Il fiume è veramente maestoso, qui.
Verso metà ponte, con i camion che ci sfrecciano intorno facendoci ballare con lo spostamento d’aria, mi accorgo che il ponte scavalca l’argine polesano, passando quasi 10 metri più in alto, sui piloni. Sarebbe quella la strada che dobbiamo prendere. Poi realizzo anche che la statale prosegue senza altre intersezioni fino allo svincolo di Adria, 2-3 km più avanti. Maledizione, quello è praticamente uno svincolo autostradale!
Biagio è davanti e comincia a scendere. Gli urlo di fermarsi, subito!
Accostiamo.
Cerchiamo rapidamente una soluzione per la strada. Alla fine scatta l’operazione cross-country: ci lanciamo giù dalla spalletta della statale ed entriamo in un campo. Troviamo un viottolo, ma è sbarrato. Scavalco e Biagio mi passa le bici sollevandole oltre il cancello.
Avanziamo dritti attraverso i campi lungo la traccia di un trattore, apriamo a forza un altro cancello, riguadagnamo l’argine.
Qui su il vento ci martella per una mezza dozzina di chilometri.
Puntiamo a nord verso Loreo.
Passiamo accanto all’autodromo di Adria, da cui escono alla spicciolata ragazzi con auto elaborate, portate in pista per un track day. C’è odore di benzina, gomme e deodoranti per auto.
Finalmente le nuvole si diradano e arriviamo in paese, proprio mentre il contachilometri fa cifra tonda sui 90 km.
Loreo si riassume in un canale navigabile e uno stradone che lo incrocia perpendicolarmente. È un centro antico, di origine romana. Ma non ne resta molto, il posto è semplicemente un paesino di profonda provincia. Con una differenza che lo distingue da tutti quelli che abbiamo visto fin qui: il cielo è pieno di gabbiani, si respira già aria di mare.
Siamo gli unici ospiti dell’albergo, un tre stelle vecchiotto con ristorante annesso. Parlando con la proprietaria, scopriamo che durante la giornata ha fatto temporale un po’ ovunque in tutto il delta. A Rosolina c’è stata addirittura tempesta. Noi non abbiamo preso una goccia di pioggia in tutto il giorno.
Ceniamo lì, al ristorante, non essendoci alternative. C’è l’argenteria e la cameriera è in livrea rosa, col grembiulino.
La scena è un po’ surreale, la sala è deserta. Mangiamo moscardini e folpetti in umido, davvero eccellenti.
Più tardi facciamo due passi e ci sediamo al Bar Sport, sul corso. A darci una misura della desolazione del posto, ci pensa un ragazzino in motorino.
Con il suo scooter smarmittato farà a tutta velocità avanti e indietro sul vialone tutta la sera, senza fermarsi mai, come una mosca impazzita che continua a sbattere su e giù sulla finestra che la imprigiona.
Buttati giù un paio di amari “celebrativi” andiamo placidamente a dormire, sapendo che domani sarà una sgambata di piacere. La cartografia che ho portato contempla fino a Chioggia, che so essere a meno di 25 km da qui. Il resto nemmeno mi interessa, conosco la Laguna e la strada da fare è solo una: per il Lido di Venezia!

Sul canale di Loreo.




