arance

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Mangiare un’arancia non è ciò che definirei una scienza esatta.
Però, grossomodo, per me funziona così: si taglia la scorza sulla sommità del frutto, quella che circonda il picciòlo, poi con qualche incisione longitudinale, come fossero dei meridiani su un mappamondo, ci si aiuta a rimuovere la buccia.
Dopo di che, si separano gli spicchi e si può cominciare a godersi l’arancia. Stando ovviamente attenti a non ingoiare i semini.
I semini, i semi dell’arancia.

Già, ma dove sono finiti?

Il pensiero mi ribolle in testa da qualche settimana. Ma stasera il dubbio mi esplode in tutta la sua completezza, mentre maneggio lo spremiagrumi. Lo spremiagrumi giallo che utilizzo da vent’anni.
Io lo ricordo pieno di semini, al termine di ogni spremitura.
Socchiudo gli occhi. Ripenso alle ultime 20 arance che ho mangiato. Niente semi, no.

Nei mandarini che mi hanno mandato gli amici dalla Calabria, qualche seme c’era. Nei limoni, semi ce ne sono – sono sicuro, finiscono sempre nel bicchiere, se tento di farmi un po’ d’acqua e limone.
Ma nelle arance, non ne ricordo proprio.
Eppure, non ho dubbi che in origine ve ne fossero: a che servirebbe altrimenti, all’albero, l’arancia? Dunque mi pare scontato che i semi siano, per il frutto, elemento immancabile. Ma d’altronde, è innegabile che è da molto che non ne trovo.

Mi coglie prima il dubbio di aver immaginato tutto. Poi mi scateno ad almanaccare sul quando possa essere avvenuta la scomparsa dei semini dai miei agrumi preferiti. Che io fossi distratto, il giorno in cui ho cominciato a nutrirmi di arance senza semi?

È sempre così che vanno le cose? Non ci accorgiamo mai di come lasciamo le cose sul campo del tempo che passa?
Temo che non verrò mai a capo di questo paradosso: se osservo le cose cambiare, non mi accorgo quasi del cambiamento; pure, se non le osservo, il mutamento come forma di discontinuità mi riempie di irrequietezza, poiché non riesco a conoscerlo.

Non so se questa povera implementazione del principio di indeterminazione, abbia a che fare col senso di vuoto che accompagna il mio presente. Ma so di certo che non riesco a vedere il presente – ed il futuro, per quel poco che posso provare a disegnarlo – in altri termini che di una perdita.

Io ricordo le arance piene di semi, le spremute aspre, i merli in giardino che annunciavano l’avvicinarsi della primavera.
Ricordo l’odore dei mattoni, alla fine dell’inverno, uscire dalle bocche di lupo, e le case che cedevano la loro umidità all’aria quando le giornate tornavano a scaldarsi: per strada la città mi pareva sgranchirsi, ed i vecchi palazzi vivere nei loro tempi impercettibili.
Ricordo che eravamo bambini magri e curiosi, con le scapole segnate sotto la pelle e l’ingenuità negli occhi.
Ricordo che ogni tanto, nel cartone delle uova, se ne trovava qualcuno di un bianco candido, ed a volte qualche piuma di gallina restava nella confezione.
Ricordo il mercatino degli animali in piazza Duomo e ricordo il gorgogliare delle acque del naviglio salire dai tombini davanti all’Università Statale.
Ricordo che i taxi erano gialli e che nelle vie dove passava il tram, tutto era coperto da una lieve patina rugginosa.

Settimana scorsa sono stato al centro commerciale, a fare acquisti. I bambini che ho visto, mi son parsi tutti grassocci e dallo sguardo malizioso o sciocco.
Quest’inverno, l’ultimo albero rimasto nel mio cortile, si è schiantato sotto il peso della neve, e temo che a primavera non caccerà più i germogli.
Mi sono assuefatto all’odore della città e non riesco più a distinguerlo.

E poi oggi, in ufficio, ho tenuto una lezioncina di 3 minuti sul perché i taxi a Milano son tutti bianchi, quando una volta erano gialli.
Da un fatto modesto ho tratto una lezione brillante: quando sai qualcosa, tientelo per te. A parlarne in giro potresti sembrar buffo.

Eppure solo così, spiegandolo, il mondo mi sembra di una gran semplicità. Ma, ogni tanto, ho il sospetto di non semplificarlo abbastanza.

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