Dissertazioni

Cose che riguardano l’esistenza di un uomo senza qualità.

Un tempo amavo imprecisamente una donna.
Era un sentimento impreciso, poiché non ho mai chiarito a me stesso se quello sciame di pulsioni e pensieri fosse realmente amore, né è poi vero che quella persona fosse pienamente donna.
Via, ero innamorato di una ragazza. O meglio: ero allacciato in sentimenti amorosi ad una ragazza ed a una folta schiera di fantasie romanzesche circa il nostro stare insieme.

Mi lasciò e piansi. Piansi davanti a lei come un bambino cui è inflitta una punizione. Erano i primi giorni di settembre.

Qualche giorno dopo, con le chiavi dell’appartamento, entrai nella sua stanza per lasciare, di nascosto, diciotto rose rosse e una gialla, accanto al letto. Sicuro che quello era un gesto estremamente romanzesco. Anzi, meglio: questa è la parte della vicenda che potrebbe essere fantasia.

Uscii dal romanzo quella sera stessa, passando dalla portineria.

Negli anni a seguire, ho amato con molta più precisione, credo. E come se ne avessi fatta un’abitudine, settembre è il mese che ripropone la malinconia, la stessa, precisa.

Piansi in una sera come questa, una sera già fresca, dalla brezza tesa e la luna alta e velata.

Questa sera di settembre ho scelto di restare in ufficio (allora non lavoravo ancora) prendendomi in carico uno straordinario, di cui nemmeno avrei bisogno.
Chiaramente, questa è la parte più aneddotica della vicenda, date due condizioni fondamentali: è reale, poiché questo qui-ora lo sto senz’altro vivendo; bisogna trarne qualche insegnamento o uscirne con qualche conclusione brillante.

Sicuramente, ora non ci sono più fiori, né romanzi; salvo quelli che tengo sul comodino, per sfinirmi la notte aspettando il sonno.
Ci sono altri appartamenti che ho conosciuto (qualcuno, anche di nascosto) ma nessuno è il mio – e questo lo devo ricordare. Non ci sono più lacrime, perché un uomo teme la vergogna più della solitudine. Ho scelto il silenzio.
Né sciami di sentimenti, ci sono. C’è solo l’indifferenza di una donna e la rassegnazione di un uomo senza qualità.

Delle rose, ho perso il conto: dovrebbero essere… Venticinque? Ventisette? Centinaia?
Se in questa stanza (in questa stanza d’ufficio, non la mia, né la sua) ce ne fosse una per ogni volta che ho pensato alla parola amore, il loro profumo potrebbe tranquillamente ammazzarmi.

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Mangiare un’arancia non è ciò che definirei una scienza esatta.
Però, grossomodo, per me funziona così: si taglia la scorza sulla sommità del frutto, quella che circonda il picciòlo, poi con qualche incisione longitudinale, come fossero dei meridiani su un mappamondo, ci si aiuta a rimuovere la buccia.
Dopo di che, si separano gli spicchi e si può cominciare a godersi l’arancia. Stando ovviamente attenti a non ingoiare i semini.
I semini, i semi dell’arancia.

Già, ma dove sono finiti?

Il pensiero mi ribolle in testa da qualche settimana. Ma stasera il dubbio mi esplode in tutta la sua completezza, mentre maneggio lo spremiagrumi. Lo spremiagrumi giallo che utilizzo da vent’anni.
Io lo ricordo pieno di semini, al termine di ogni spremitura.
Socchiudo gli occhi. Ripenso alle ultime 20 arance che ho mangiato. Niente semi, no.

Nei mandarini che mi hanno mandato gli amici dalla Calabria, qualche seme c’era. Nei limoni, semi ce ne sono – sono sicuro, finiscono sempre nel bicchiere, se tento di farmi un po’ d’acqua e limone.
Ma nelle arance, non ne ricordo proprio.
Eppure, non ho dubbi che in origine ve ne fossero: a che servirebbe altrimenti, all’albero, l’arancia? Dunque mi pare scontato che i semi siano, per il frutto, elemento immancabile. Ma d’altronde, è innegabile che è da molto che non ne trovo.

Mi coglie prima il dubbio di aver immaginato tutto. Poi mi scateno ad almanaccare sul quando possa essere avvenuta la scomparsa dei semini dai miei agrumi preferiti. Che io fossi distratto, il giorno in cui ho cominciato a nutrirmi di arance senza semi?

È sempre così che vanno le cose? Non ci accorgiamo mai di come lasciamo le cose sul campo del tempo che passa?
Temo che non verrò mai a capo di questo paradosso: se osservo le cose cambiare, non mi accorgo quasi del cambiamento; pure, se non le osservo, il mutamento come forma di discontinuità mi riempie di irrequietezza, poiché non riesco a conoscerlo.

Non so se questa povera implementazione del principio di indeterminazione, abbia a che fare col senso di vuoto che accompagna il mio presente. Ma so di certo che non riesco a vedere il presente – ed il futuro, per quel poco che posso provare a disegnarlo – in altri termini che di una perdita.

Io ricordo le arance piene di semi, le spremute aspre, i merli in giardino che annunciavano l’avvicinarsi della primavera.
Ricordo l’odore dei mattoni, alla fine dell’inverno, uscire dalle bocche di lupo, e le case che cedevano la loro umidità all’aria quando le giornate tornavano a scaldarsi: per strada la città mi pareva sgranchirsi, ed i vecchi palazzi vivere nei loro tempi impercettibili.
Ricordo che eravamo bambini magri e curiosi, con le scapole segnate sotto la pelle e l’ingenuità negli occhi.
Ricordo che ogni tanto, nel cartone delle uova, se ne trovava qualcuno di un bianco candido, ed a volte qualche piuma di gallina restava nella confezione.
Ricordo il mercatino degli animali in piazza Duomo e ricordo il gorgogliare delle acque del naviglio salire dai tombini davanti all’Università Statale.
Ricordo che i taxi erano gialli e che nelle vie dove passava il tram, tutto era coperto da una lieve patina rugginosa.

Settimana scorsa sono stato al centro commerciale, a fare acquisti. I bambini che ho visto, mi son parsi tutti grassocci e dallo sguardo malizioso o sciocco.
Quest’inverno, l’ultimo albero rimasto nel mio cortile, si è schiantato sotto il peso della neve, e temo che a primavera non caccerà più i germogli.
Mi sono assuefatto all’odore della città e non riesco più a distinguerlo.

E poi oggi, in ufficio, ho tenuto una lezioncina di 3 minuti sul perché i taxi a Milano son tutti bianchi, quando una volta erano gialli.
Da un fatto modesto ho tratto una lezione brillante: quando sai qualcosa, tientelo per te. A parlarne in giro potresti sembrar buffo.

Eppure solo così, spiegandolo, il mondo mi sembra di una gran semplicità. Ma, ogni tanto, ho il sospetto di non semplificarlo abbastanza.

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Dunque oggi è l’ultimo giorno d’estate.
Termina questa approssimativa messinscena di stagione per far posto ad un’altra. Nella quale, a spanne, ci affanneremo a trovare il tempo di raccogliere le castagne e assisteremo sconsolati all’accorciarsi delle giornate.

E dopo sarà il momento dell’inverno, con le sue approssimazioni ancora più forzate e buffe. Praticare sport invernali – senza neve – la cucina della festa, l’abbigliamento pesante, la nebbia.

È così che piace alla gente: d’inverno si indossano giacconi con colli di pelliccia e stemmi vistosi, che alludono al polo nord ed ai rigori di tempi passati. Così si è ben fatta la pantomima dell’inverno. Anche se il nostro XXI secolo ha abolito il ghiaccio al di fuori dei bicchieri da aperitivo.

Ora che viene l’autunno, i grandi magazzini si sentiranno legittimati ad innalzare la temperatura dei sistemi di condizionamento. Anche questa una piccola simulazione.

L’autunno è però più povero di cliché. Ed io potrò forse godermi davvero l’odore di decomposizione delle foglie lungo i viali, la fuga dei pesci dalle acque basse del lago e qualche goccia di barbera in più.
Qualche ricordo rabbrividente mi si affaccerà alla memoria più spesso. Rammentandomi le mille metamorfosi inconcludenti che ogni anno apporta.

È finita l’estate: non che cambi molto, visto che per me non è mai iniziata.

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La cappa notturna è stata cacciata dalle raffiche di vento. Prima di ogni temporale l’aria si assottiglia e scappa via, creando il vuoto intorno: è il risucchio che chiama la nuvola a schiantarsi a terra.
Credo non ci sia fenomeno atmosferico più sensuale al mondo. Non è l’occhio del ciclone, è la sua pelle.
Ma devo ammetterlo, al centro di un uragano caraibico non sono mia stato, e non so quanti lo siano. Forse lì il cielo bacia con ancora più passione, ma non posso dirlo.
Così stamattina, svegliato non so perché all’alba, mi sono accoccolato sulla poltrona davanti alla finestra, e ho aspettato la pioggia.

Quando l’aria è bassa, dalla mia finestra si sentono fischiare i treni, e a volte persino rombare le rotaie sui raccordi dei binari. È un mistero mai chiarito: la ferrovia dista chilometri da casa, decine e decine di isolati, palazzi, cortili, strade, ponti. Eppure la sirena del treno arriva stentorea fino a qui.

Ora piove contro la casa, aspetto di uscire e cerco di fare il bianco nella mia mente.
Ieri sera sono stato al centro di un parafenomeno, uno di quei fatti che potrebbero indurre a credere nell’esistenza di un destino, di un karma. La coincidenza non è che un mistero da accettare, la teoria del caos è invece un postulato che respingo convintamente.

Piove di stravento, sempre più forte. Non credo che nessuna farfalla abbia sbattuto le ali in Cina per portare il mondo a quest’ordine di cose.
Qui e altrove si intrecciano vite e si radicalizzano modi e convinzioni, mentre particelle subatomiche sfrecciano a velocità subluce sotto le montagne della verde Svizzera.
Ho deciso di abbracciare la linea di pensiero secondo cui l’universo si espande senza ritorno: nel vuoto la nostra velocità di fuga aumenta costantemente. I corpi possono solo sfiorarsi, al massimo collidere, ma l’allontanamento è infine l’unico destino possibile.
Come pianeti siamo plasmabili in gioventù, e quindi il raffreddamento è irreversibile.
E non sfuggo neanch’io. Vorrei solo che qualche buon astronomo inglese mi calcolasse la traiettoria: ieri ho dato appuntamento ad un’amica al 2014. Ipotizzo un periodo d’orbita di 6 anni. Sarà vero?

Adesso il parossismo termodinamico sta scemando nel cielo: questo planetoide pulsa e tossisce con cadenze che mi illudo di capire.
Dicono che pioverà anche nei prossimi giorni. Queste sono le previsioni circa i fenomeni atmosferici e noi stiamo qui a vedere se si avverano o meno.

Ho letto che il fiume Po, nel cui bacino stanno entrambe le mie abitazioni, ha lasciato nei millenni svariati alvei fossili incisi nei sedimenti della pianura.
La terra sotto Milano ci pare piatta e ferma. A me sembra solo senza più energia. Dove una volta c’era il mare, mani invisibili, lunghe braccia di fiumi hanno ammassato miliardi di metricubi di argilla, e sopra sono venute piante, animali, uomini, costruzioni.
I fiumi cambiano il loro corso, eppure arrivano al mare. Non mi piace pensare al destino.
Preferisco immaginarmi in un alveo. Con meandri, correnti, piene, confluenze, lanche e tutto il resto.

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Va bene, cominciamo.

Milano, settembre 2008. In questa manciata di giorni aggrappata al bordo dell’estate, si è reso evidente che i tempi trascorsi si avviano alla fine.

Due settimane fa ho lasciato la micia sul tavolo della clinica, col cuore stroncato dalla siringa dell’eutanasia. Le ho chiuso gli occhi dopo vent’anni, e l’ho lasciata lì.

Zio è calato nella tomba ieri. Per un buon quarto di secolo mi ha accompagnato coi suoi sbuffi, i suoi grappini, le sigarette Rothmans nella scatoletta di latta, e la superba abilità da bricoleur che solo un ingegnere di prima classe può avere. Ha finito di lanciare le sue fioritissime bestemmie e di amare il suo barbecue marca Weber e la bagna càuda. E mi mancherà

E mi assilla pensare che anche Cesarina presto non ci sarà più. Dopo 95 anni ha stabilito di averne viste abbastanza. Non mangia più e aspetta che la morte se la prenda.
Io ci avevo persino scherzato su, l’ultima volta che l’ho vista: una sua omonima, ma del paese vicino, era mancata qualche giorno prima e i manifestini mortuari sulla strada avevano tratto in inganno più d’un paesano. Lei aveva fatto motto con la sua solita voce di ragazzina. Mi domando se quando il mio prozio Hermann la ritrasse, bambina, con le sue pecore al pascolo, avesse una voce ancora più squillante.
Quando Cesarina non ci sarà più, l’ultimo legame col paese della mia infanzia sarà reciso. La sua antica magia, la millenaria forza del borgo appoggiato sullo sperone di roccia, sarà scappata via.
Quest’anno, per la prima volta, ho avvertito il bisogno di scappare anch’io, di lasciar perdere. Casa è diventata invivibile.

Sono tornato a Milano. Forse credendo di dover lavorare. Forse per lavorare. Si è fatto tutto piuttosto nebuloso, invece. Di svolte immediate, non se ne vedono. Il lavoro è il solito. Le settimane, lente, mezze vuote, passano aspettando cadenze diverse da questa.

Sono qui da una settimana abbondante, e non ho incontrato che uno solo dei miei sodali più cari. È come se non ci fossi. Non riesco a riagganciare la città.

Giovedì scorso (sei giorni già passati!) ho ripercorso a ritroso il naviglio, in bicicletta, fino ad Arona. Incomprensibilmente, l’intero tragitto mi ha lasciato totalmente insensibile. E sì che io, ingenuo come sono, solitamente mi lascio sempre toccare da esperienze di questo genere.
Per cento chilometri non ho fatto altro che rimuginare su quanto sia più dolce scendere lungo la corrente, piuttosto che risalirla. Io! Non mi riconoscevo quasi.

Dunque sono in città. Solitamente di fronte a momenti di transizione come questi, sono uso a buttarmi a capofitto nel redarre piani d’azione per i giorni a venire. Ottima cura per situazioni in cui molte cose finiscono e si deve in qualche modo ricominciare.
Ma questa volta ho come la sensazione che il piano debba contemplare un margine temporale troppo ampio, diciamo pluriennale, e che le mie energie non bastino.
Questa estate quasi passata, piena di pioggia e trascorsa quasi sempre in sella, mi ha insegnato a sopportare la fatica e tener duro per quantitativi di tempo che non credevo possibili. Ma di certo non mi ha regalato un karma nuovo di pacca e la forza di caricarmi tutto sulle spalle.

La grande checklist primaverile, l’ho strappata dal muro e buttata via. Qualcosa ancora è da fare, ma non voglio ricordarmene.

So che adesso è davvero venuto il momento di stringere: devo arrivare ad organizzare una mostra. Devo. Il mio lavoro, l’opera, me lo chiede.
Inversamente, il mio karma mi chiede di trovare un lavoro.
E similmente è richiesto formalizzare la situazione con tutti i garbugli lasciati in piedi da luglio.
Qualche lavoro da cui smarcarmi e qualche iniziativa lasciata a metà.

Così oggi, con la trascurata disattenzione che il web 2.0 impone all’utente estemporaneo, ho provato a muovere qualche passo verso la fondazione della tanto favoleggiata associazione di ex-alunni.

Ed allora eccolo, folgorante, il pensiero: sono un uomo senza qualità. Fondo persino associazioni!
È la prova provata! Rimugino, non agisco, fondo associazioni!

Tutti i miei interessi, tutte le mie passioni futili. Il mio costume di vivisezionare le cose. Il mio istinto a fagocitare il cibo. L’ostinazione a mantenere i sentimenti sulla scala degli anni e gli stati d’animo su quella – almeno! – dei mesi. L’apatia dell’impossibilità di provar noia.

Sono fatto così. Per fortuna non mi chiamo Ullrich.

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