Interno. Un giorno di febbraio. Finestra spalancata su una mattinata brumosa, in un cortile milanese. Telefono.

“Ciao. So che può sembrar buffo, ma stanotte t’ho sognata.”

“Sì? E che sogno era? Che facevo?”

“Provo a raccontartelo, va bene?

Nel giardino della mia casa al lago, in un rigoglio d’erbacce incolte, vedevo il terreno fessurarsi e da ogni dove uscire piccole tartarughe scure. Si muovevano rapide, strisciando sulla terra smossa, i carapaci scintillavano come elitre di scarabei. L’aria era opaca e pesante, come quando il fumo di sterpaglie nei campi stagna al suolo sotto la pressione di un temprale estivo in procinto di scoppiare.

Mio padre si lamentava dal terrazzo del clima soffocante, dei tempi che non erano più come quelli della sua gioventù. Il lago s’agitava scuro, pozze d’acqua torbida riflettevano il cielo grigio. Mi accorgevo che ovunque si sentiva un gracidare sommesso, quindi distinguevo sul pendio sotto casa un brulicare di rospi neri, e in ogni pozza girini contorcersi in una metamorfosi accelerata, nascere e diventare adulti in pochi istanti.

Una grande gallina dalla testa glabra razzolava tra le pozze, più in basso un cespuglio ardeva, avvolto dalle fiamme di un falò scappato di mano: le braci schizzavano attorno bruciacchiando le penne della gallina, che non se ne curava e continuava ad ingurgitare i piccoli anfibi.
Mi prendeva una gran sete, ma dalla fontanella dietro casa usciva un’acqua fangosa e pullulante di larve. Mi coglieva allora come una vertigine, un orrore colmo di sorpresa. Chiudevo gli occhi ed un istante dopo il mio orto non era più dove è sempre stato, ma come proiettato in mezzo a brutti campi di periferia milanese, ed io con lui.

Camminavo fino ad una stazione, salivo su un treno e lì c’eri tu, avvolta in una grande sciarpa viola ed intenta a leggere un libro dalla copertina liscia e senza scritte. Ti appoggiavo una mano in fronte, tu alzavi gli occhi, mi sorridevi, col volto rischiarato dai neon di quel vagone asettico e silenzioso.

Il treno prendeva a correre a marcia indietro, sempre più in fretta. Sembrava tutto folle, ma non ero preoccupato. Tu guardavi fuori con occhi curiosi e tranquilli. Io mi sentivo quasi felice.

E mentre già sull’orizzonte i palazzi della città crollavano inghiottiti dalla terra che si sbriciolava e il rosseggiare di un incendio rischiarava la notte, ci godevamo in silenzio lo spettacolo della fine del mondo.

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1.

Perché così poi sempre le cose
sfioriscono
passeranno di mano in mano
ultime fino all’ultimo giorno
le ore
stropicciando il ritratto
che è in fondo
rivangare la soglia di casa
non più casa
non più vita
ma forse.

2.

La risma di odori poi
per ogni passo
renderò al setaccio dei giorni
monderò le stagioni
dal grano
e dall’amato
con sudore in ogni sguardo
dentro al solco
come pula che brucia al vento.

3.

In questa scatola cinese
che sa di niente
traballo sul filo di marea.

Casa:
la mia parete di carta
i miei passi
il mio raccolto
io che annaspo
io che prego
io.

4.

Non sono io.

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Odore di legno vecchio, pareti che hanno preso fumo. E poi sentore di carta inaridita dal tempo, di polvere posata sugli stipiti, di inchiostri, mescolati alla flebile metallescenza dei circuiti stampati.
Qui il sole non entra mai, il chiacchiericcio sobbalza sui cardini cigolanti dell’ufficio Affari Interiori.
Acqua di colonia, parquet: a occhi chiusi trovo la Direzione, dove le decisioni non vengono prese. Mai.
Esco.
Giù per le scale, segatura bagnata.
“L’aria ti schiaccia?”
Si.
Non riesco a staccare gli occhi da terra, le trame dell’acciottolato percosso dalla pioggia, sciolgono al suolo il mio almanaccare sparso.
Ottobre che non passa.
Un volo di corvacci attraversa il telaio del tempo.

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Ad aeternum

Anche questa stagione si è fatta
Esile
Corre lo stoppino al sonno
La veglia in menzogna
Così, senza pudore.
Che perdere ancora?
Cosa inventare?
Si fa ora di chiudere bottega
Di pignorare gli avanzi
Le schegge, la pialla
L’opera a metà.
Niente storie da scolpire
Niente fole
Niente.
Volgo al tramonto
Questa persona (in fondo)
Nella gran liquidazione
A mani infrante
Nuda
Come terra appena smossa
Qui, in seno al niente
(finalmente)
Ho incassato il mio congedo

“Ad aeternum”

pare.

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Se lo sguardo striscia nel fango, poco importa.
Anche la parola si può sporcare.
La prova?
“ventre”
“sangue”
“terra”
“mota”

Ma non deve disfarsi, mai.
Il cigno morto è un sacchetto di materia, d’ossa, piume.
Dunque, mai confondere “raccogliere” con “collezionare”, “addensare” con “amalgamare”: densità e simbolo sono due strade diverse, l’uno è scorciatoia dell’altro.

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Tornando dal lavoro in bici, in questo deserto di città martoriata dalla pioggia, dietro un angolo stretto e cieco, i miei occhi hanno sbattuto contro quelli di un gatto nero.
M’ha guardato dall’alto in basso in un attimo, ma poi ci siamo fissati reciprocamente, gli occhi negli occhi.
Da giorni non avevo la sensazione d’esserci, di esistere come è stato in quell’istante. Mi c’è voluto un vecchio gatto nero, con le vibrisse ingrigite dagli anni.
Ho spostato il peso ancora un po’ sulla sella e ho chiuso la curva. Le ultime pedalate verso casa sono passate senza che nessun altro pensiero mi si affacciasse alla coscienza.

A casa, corrispondenze varie. Ho ricevuto una lettera da una vecchia amica, che m’ha fatto domande a cui non so come rispondere. Un’altra, da una donna che non conosco e che non so perché m’abbia scritto. La terza, è l’ultima bolletta di quella disgraziata casa in cui non mi sono mai sentito a casa, l’ultimo filo di ragnatela che mi lega a quelle quattro assi sconnesse di parquet fra i tetti di Milano.

La quarta missiva, quella che più di tutte aspettavo, non è arrivata.

Fuori, una luna perfettamente a mezzo, gioca con le ultime cortine di nuvole che orlano questo cielo postferragostano. Sento una solitudine indolente addosso, come una maglia sgualcita dopo una notte agitata.

Non c’è nessun filo nel passato che si possa più riannodare. Solo vecchie tele di ragno da strappare.

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